-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
9/5/2008
.
Non c'è pace per gli alunni di Fidel, anche Morales come Chavez in grave difficoltà.
.
Tutti i contendenti sono quindi a rischio, anche se, secondo Maurizio Salvi, corrispondente Ansa per l’America latina, “Morales gode di popolarità all’interno del Paese. E’ vero che nei distretti secessionisti (Santa Cruz, ma anche Tarija, Beni e Pando, ndr), quelli della così detta mezzaluna fertile boliviana, ci sono molti oppositori, ma la maggioranza della popolazione è con lui, visto la grande opera di ridistribuzione che ha effettuato, in uno degli stati più poveri dell’America del sud”. Morales ha 10 giorni a disposizione per promulgare o bloccare il referendum, ma, stando alle sue prime dichiarazioni, in cui ha affermato che “è meglio che sia il popolo a decidere il destino del Paese” sembra prevarrà la prima ipotesi. La “sfida”, come lui stesso l’ha definita, sarebbe stata quindi accettata e del resto era stato proprio Morales a presentare questo progetto di legge, solo che lo aveva fatto in dicembre all’indomani dell’approvazione della discussa Costituzione, quando aveva la necessità di ricompattare i suoi sostenitori, ma disponeva sicuramente di una maggiore forza rispetto allo stato attuale.
Ora, però, la situazione appare mutata e questo, prima di tutto, a causa di quanto avvenuto a Santa Cruz dove il governo centrale ha subito una dura sconfitta sebbene, come ha subito sottolineato Morales in una intervista alla CNN, “non si può ingannare il popolo dicendo che c’è un vincitore con oltre l’80% dei voti” perché in base ai dati del nostro Ministero degli Interni, “se si somma la forte astensione ai No si arriva comodamente al 50% di rifiuto”. Purtroppo per lui, però, le astensioni non contano realmente come un No e così il Presidente è dovuto correre ai ripari chiedendo che si apra una fase di “dialogo”, rifiutata, almeno per ora, dai prefetti ribelli, che invece vogliono attendere che si svolgano le consultazioni popolari sul tema dell’autonomia anche in altre regioni (Tarija, Beni e Pando) in modo da sedersi al tavolo delle trattative con una chiara visione dei reali rapporti di forza. A rendere veramente chiara la distribuzione del potere all’interno del Paese, secondo Salvi, sarà però il voto sui prefetti e su Morales stesso “dove effettivamente si vedrà cosa vuole il Paese”. Il corrispondente Ansa ha giudicato pertanto “in maniera positiva” il futuro referendum, a contrario di quello avvenuto a Santa Cruz “svoltosi in un clima di violenza, non previsto dalla Costituzione e senza il monitoraggio né di organismi internazionale né nazionali”. “Il conteggio delle schede – ha lamentato Salvi – è stato effettuato da società private e sono giunte notizie del ritrovamento di urne con all’interno schede già compilate”.
La Bolivia ricca si è ribellata al Presidente indios, questa la sintesi, ma la maggioranza del popolo è ancora con lui. Ecco che quindi si apre uno scenario pericoloso. Il referendum, in teoria, dovrebbe dare alla regione la possibilità di legiferare e decidere in piena autonomia dal Governo centrale su molti temi, fra cui la viabilità, le infrastrutture le terre, etc. Non una secessione, ma quasi. Secondo Salvi, però, “è ovvio che ciò non potrà avvenire” perché nessun Governo centrale accetterebbe una tale perdita di prerogative. Se lo scontro dovesse continuare ci sarebbe quindi la possibilità di una guerra civile, ipotesi ritenuta credibile dallo stesso corrispondente Ansa, il quale ha spiegato che “questo fenomeno si inscrive in un più generale contrasto che sta avvenendo in America latina fra le fasce ricche della popolazione ed i governi più progressisti”. Possibilità che il Presidente del Venezuela, Ugo Chavez, ha avvertito di non sottovalutare, perché in tal caso sarebbe pronto ad intervenire. In questo scenario si inserisce il mai sopito scontro con gli Stati Uniti, accusati dallo stesso Morales di fomentare i gruppi separatisti attraverso l'invio di fondi per programmi di carattere culturale, che invece finirebbero nelle tasche degli oppositori.
7/5/2008
.
A Cuba puoi avere un computer, ma non un Blog.
Raul Castro ha concesso ai cubani la libertà di comprare un computer, per quella di scrivere un blog, invece, bisognerà aspettare tempi migliori. Yoani Sanchez, autrice di Generacion Y, la pagina web più famosa dei Caraibi, non ha ricevuto il permesso di lasciare l’isola alla volta della Spagna per ritirare il premio intitolato a Jose Ortega y Gasset. Pochi giorni fa Time l’ha inserita nell’elenco delle cento persone più influenti del pianeta. “Che cosa ci faccio io qui?”, ha chiesto ai navigatori, incollando in uno degli ultimi post la copertina del noto settimanale. La risposta è arrivata dal governo di Raul. E forse Yoani avrebbe preferito non riceverla.
di Luigi De Biase
21/4/2008
.
.
Cuba cambia?.
.
A Cuba registriamo timidi segnali di cambiamento. La libertà è ancora limitata, i dissidenti restano in galera e il rispetto dei diritti umani è un miraggio. Yoani Sánchez guadagna un importante premio giornalistico e viene intervistata dalle Iene per aver inventato (a suo rischio e pericolo) un seguitissimo blog dove racconta la vita quotidiana dei cubani. A Cuba l’uso di internet è soggetto a controlli, esistono filtri che impediscono l’accesso a determinati siti ed è possibile collegarsi solo dagli internet point degli alberghi. Yoani Sánchez ha vissuto in Svezia per tre anni ed è rientrata a Cuba per motivi familiari, suo zio è uno dei 75 prigionieri politici arrestati durante la Primavera Nera del 2003 e si trova ancora in galera. Yoani entra negli hotel, si fa passare per straniera, paga in pesos convertibili (può permetterselo perché ha vissuto all’estero) e si connette. Non è facile mandare avanti il blog perché pubblica un articolo ogni quindici giorni. Tutto questo per dire che a Cuba in tema di espressione del pensiero non è cambiato niente.
Raúl Castro è stato prodigo di innovazioni propagandistiche. Telefonini, elettrodomestici, lettori dvd, possibilità di frequentare gli stessi alberghi degli stranieri… cose importanti per chi lavora nel turismo e per chi possiede parenti all’estero che assicurano cospicue rimesse. Cambiamenti che hanno il sapore della beffa per chi sopravvive con i miseri stipendi statali pagati in pesos, valuta che non serve a niente, neppure a garantire la sopravvivenza alimentare.
Raúl ha concesso la possibilità di comprare la casa e di lasciarla in eredità ai figli per tutti coloro che hanno abitato in un edificio per almeno vent’anni. Il cubano può riscattare l’abitazione dal datore di lavoro, senza bisogno di rivolgersi al governo. Il provvedimento non riguarda tutti i cubani, ma soltanto chi lavora nelle aziende di Stato (zuccherifici, coltivazioni di tabacco, etc.) e militari. Resta impossibile acquistare e vendere un’abitazione. È un passo avanti, ma resta il limite del potere di acquisto della moneta ufficiale. Può permettersi di riscattare una casa soltanto chi possiede un parente all’estero. L’economia cubana è legata a doppio filo alle rimesse degli emigranti.
È notizia di questi giorni il pensionamento del camello, l’autobus creato unendo due pullman tra loro, che a me fa tanta nostalgia. Il camello mi ricorda i primi viaggi a Cuba, il 1998, i sogni ancora intatti di una rivoluzione, un mondo che doveva essere un modello. Mi hanno tolto pure quello. Da domani a Cuba viaggeranno soltanto mezzi pubblici cinesi, gli Yutong, tremila autobus importati da Pechino e utilizzabili grazie al petrolio venezuelano. Il trasporto pubblico diventa moderno, pare che all’Avana abbiano rifatto pure le strade, messe davvero male, sistemate soltanto ai tempi del viaggio del Papa. In compenso il biglietto di una corsa è raddoppiato. Come potranno permettersi gli Yutong i dipendenti statali che guadagnano quindici dollari al mese?
La notizia più importante deve ancora arrivare. Sta per cadere il tabù più pesante: il divieto di viaggiare all’estero. Si è diffusa la voce che il governo cubano procederebbe sulla strada di una graduale liberalizzazione dei permessi per espatriare (fonte: El Pais). Per andare all’estero non servirà più la famigerata carta blanca e verrà eliminato l’obbligo di una carta di invito da parte di un cittadino straniero. Una nuova legge sulle regole migratorie semplificherà l’ingresso e l’uscita dei cittadini cubani dall’isola. Se nei prossimi giorni la notizia verrà confermata si tratterebbe della prima vera grande riforma utile per tutti i cubani. Una libertà di uscita dal paese permetterebbe di recarsi all’estero per lavorare e tornare in patria con denaro da spendere. Il cambiamento gioverebbe all’economia del paese e alle tasche dei cittadini cubani. Non resta che aspettare.
Gordiano Lupi
14/4/2008
.
Passano sott'acqua i sogni di grandezza di Chavez.
.
Il Venezuela acquisterà nove sottomarini russi tipo Kilo, moderni battelli che consentiranno al regime di Hugo Chavez di disporre della più grande flotta subacquea dell’America Latina, in grado di ostacolare almeno sulla carta il dominio statunitense nelle acque ristrette dei Caraibi.
Il contratto per la consegna dei primi sottomarini verrà ratificato a Mosca in maggio, in occasione della visita di Chavez al Cremlino, e ha un valore di oltre un miliardo di dollari. L’export di questi sottomarini potrebbe inasprire le tensioni tra Washington e Mosca soprattutto perchè i russi hanno già venduto tre Kilo alla marina iraniana. Secondo indiscrezioni, da quando la politica di Chavez è in rotta di collisione con gli Stati Uniti e con la vicina Colombia, Caracas ha più che raddoppiato il bilancio della difesa che nel 2005 era di 1,5 miliardi di dollari. Denaro finito soprattutto nelle tasche delle aziende russe.
Secondo i dati forniti dalla Rosoboronexport, la società moscovita che gestisce l’export militare, dal 2005 il Venezuela ha stretto accordi di acquisto armamenti con la Russia per un valore che supera i 3 miliardi di dollari che includono l’acquisto di 24 aerei da combattimento Sukhoi 30, 35 elicotteri Mi-17, Mi-26 e Mi-35 e circa 100 mila kalashnikov. Oltre ai sottomarini la marina venezuelana punta anche ad acquistare 14 jet da attacco antinave Sukhoi-39. Un programma colossale per gli standard latino-americani, che rischia di far saltare i delicati equilibri militari nell’area provocando una corsa al riarmo in tutto il continente.
Da Panorama
13/4/2008
Il governo Cubano permette ad alcune categorie di cittadini di comprare casa, dando via alla propietà privata. Ma c'è un ma.
Ancora notizie di aperture verso la liberta dal governo di cuba? no, semplicemente manovre disperate di chi si sta convincendo che Cuba è tutta da rifare. La questione propietà privata delle case a Cuba è più complesso di ciò che molti pensano, e questo perchè quando Castro prese il potere semplicemente requisì case e terreni e li distribuì a suo piacimento, naturalmente le case migliori, in molti caso ville da sogno che appartenevano a ricchi cubani o ad americani che vivevano sull'isola e che preferirono fuggire dalle facili fucilazioni vennero date in uso agli amici e agli amici degli amici, oggi in quelle case abitano, guarda caso, i generali e molti menbri del partito comunista cubano. Ai poveri le baracche come sempre. La stessa cosa avvenne con i terreni, le industrie e le fattorie, tutto divenne propietà dello stato,quando lo stato era Fidel castro e qualche migliaio di barbuti armati, nazionalizato, come direbbe il buon Chavez. Il problema di dare adesso a chi ci abita la possibilità di avere la propietà di quelle case è quello che i legittimi propietari non hanno dimenticato quel grande furto che fù la cosidetta rivoluzione, moltissimi cubani che vivono ancora a Cuba o che vivono in esilio fuori dall'isola conservano gelosamente i titoli di propietà di quelle case che appartenevano ai loro padri e ai loro nonni, in alcuni casi si tratta di propietà del valore di svariati milioni di dollari, fior di avvocati a Miami hanno in mano quei documenti in attesa che crolli il regime castrista e prima o poi la legalità a Cuba dovrà essere ristabilita. Io stesso ho conosciuto cubani che nella stessa Cuba nascondono i documenti che attestano propietà requisite da Castro e che sognano un giorno di rientrare in posssesso di ciò che gli spetterebbe di diritto, covano rabbia e disprezzo per chi li ha condannati a una vita di stenti e li ha privati di ogni cosa, non è gente che dimenticherà facilmente. Stessa cosa naturalmente vale per i terreni dove ora sorgono le case del popolo che Castro ha fatto costruire, si tratta di molti soldi, terreni che adesso valgono patrimoni che in alcuni casi appartenevano a multinazionali straniere che un giorno potrebbero farsi vive a suon di studi legali, quando si tratta di tanto denaro il tempo si restringe, questi cinquanta anni di rivoluzione potrebbero sembrate cinquanta giorni, i propietari legittimi salteranno fuori come lumache dopo la pioggia, non servirà a niente al governo cubano aver bruciato tutti i registri notarili dell'isola di prima della rivoluzione. In sostanza il governo cubano sta cercando di coinvolgere i cubani in un grande pasticcio, vorrebe vendere ai cubani di oggi quello che venne praticamente rubato nel 1959 ai cubani di ieri, dal punto di vista legale sarebbe una follia, il governo di Cuba non ha il diritto di vendere ciò che non è mai stato suo, nel senso che non è stato aquistato ma è stato requisito, semmai è uno scandalo che provi a vendere a privati ciò che per sua stessa natura la cosidetta rivoluzione aveva destinato a tutto il popolo in nome della inesistenza della propietà privata.....ma la teoria è una cosa.....la realtà cubana è come nelle favole di natale. Chissà forse la "rivoluzione" non è stato mai altro che la più grande truffa immobiliaria di tutti i tempi.
10/4/2008
.
Ingrid Betancourt è grave.
Helver Uriel Rodriquez, il guerrigliero arrestato dalle autorità colombiane, avrebbe visitato la Betancourt in data non precisata, stilando però una precisa descrizione di quanto riscontrato in un documento rinvenuto dalle autorità. Secondo la diagnosi del medico della Farc, Ingrid Betancourt soffrirebbe di dolori acuti alle costole a livello del fegato, di una infiammazione al fegato (sintomi probabilmente dovuti all'epatite), di gastrite cronica, di un'infiammazione all'esofago, di dolori allo stomaco, di due tipi di malaria e di irritazione al colon.
9/4/2008
.
Nessuno lo ferma, sarà una strage umana annunciata e una catastrofe economica senza eguali.
Teheran, 8 apr. - (Aki) - Inaugurando i nuovi impianti di Natanz, dove entro la fine dell'anno altre 6000 centrifughe di nuova generazione saranno impegnate nell'arricchimento dell'uranio, il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha approfittato oggi della 'Giornata iraniana del Nucleare' per ribadire l'intenzione di proseguire nella marcia verso il nucleare, fino a rendere il paese "il numero uno del mondo islamico nel settore atomico".
Malgrado tutti i tentativi di dialogo della comunità internazionale e tre risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedono l'immediata sospensione delle attività nucleari della Repubblica Islamica, Teheran sembra decisa a proseguire per la propria strada, bruciando addirittura le tappe e accorciando le distanze che separano il paese dalla realizzazione del 'sogno atomico'.
Un sogno che inizia negli anni Settanta, quando al potere c'era Mohammad Reza Pahlavi, e rilanciato negli anni Novanta, dopo una lunga interruzione dovuta alla rivoluzione islamica e alla lunga guerra imposta dall'ex dittatore iracheno Saddam Hussein. E' alla fine di questa guerra, che ha fatto oltre un milione di vittime, che gli ayatollah di Teheran rispolverano la vecchia idea di dotare il paese di tecnologia nucleare, sia civile sia militare.
Il bisogno di accedere alla tecnologia nucleare coincide con la necessità iraniana di trasformarsi in una potenza regionale, condizione necessaria per garantire la sopravvivenza dell'attuale regime islamico. Nella Repubblica Islamica è idea diffusa che, entrando in quello che Ahmadinejad definisce "il club dei grandi", cioè gli stati che possiedono la bomba atomica, gli americani saranno costretti a rinunciare all'idea del "regime change" e smetteranno di lavorare per far cadere la Repubblica Islamica.
Il dibattito sulla natura del nucleare iraniano, militare o civile, interessa comunque soprattutto l'Occidente e Israele, che temono la modifica degli attuali equilibri militari regionali. Una Repubblica Islamica armata di bomba atomica, infatti, metterà in pericolo la sicurezza di Israele e costringerà i governi arabi della regione a riconoscere la supremazia degli ayatollah. In Iran e negli altri paesi della regione del Golfo Persico, la costruzione di centrali nucleari a scopo civile, come quella che i russi stanno terminando di realizzare nella città portuale di Bushehr, fa molta più paura che gli impianti per la trasformazione dell'uranio grezzo in gas Uf6 d'Isfahan, o i tunnel sotterranei di Natane, dove questo gas immesso nelle centrifughe a cascata viene trasformato in uranio arricchito. La ragione di questa paura, o meglio un vero e proprio terrore, sta nel fatto che l'Iran è considerato un paese al cento per cento sismico.
"Il 50 per cento del paese è a rischio sismico e il restante 50 per cento a elevato rischio sismico", ha dichiarato all'ADNKRONOS, il presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi. "Il territorio iraniano da lungo tempo è considerato una delle aree sismiche più attive del mondo, dove frequenti terremoti con notevoli capacità distruttive infliggono enormi perdite umane e materiali", si legge sul sito dell'International Institute of Earthquake and Seismology (Iiees) di Teheran. Sullo stesso sito si fa riferimento all'area di Bushehr, dove presto dovrebbe essere attivato il primo impianto nucleare iraniano, come una delle zone a maggior rischio. "La falda sismica del Monte Zagros - si legge in una delle tante ricerche e studi realizzati dall'Iiees - inizia a Yazd, nell'Iran centrale, e finisce a Bushehr, nel sud del paese".
Solo nell'anno appena concluso sono state registrate in Iran decine di scosse sismiche, tre delle quali con un'intensità superiore ai 5 gradi Richter. La tragedia più recente risale al dicembre del 2003, quando un forte terremoto ha raso al suolo la città di Bam, provocando 31mila morti e distruggendo l'antica cittadella d'argilla, immolatala nel film 'Deserto dei Tartari' di Valerio Zurlini.
Certo la scienza non è ancora in grado di prevedere e di prevenire i terremoti, ma la realizzazione di studi e di mappe sismiche dovrebbero servire a evitare catastrofi, come quella che potrebbe succedere in Iran se un terremoto, o un maremoto, colpisse la città portuale di Bushehr, dove c'è la prima centrale nucleare della Repubblica Islamica, costruita da un consorzio di società russe.
Nel paese dei 1001 terremoti, solo negli ultimi 40 anni 13 sismi ad altissima intensità hanno distrutto intere aree e ucciso migliaia di persone. Se si considera che Bushehr è attraversata da una delle falde più attive, non è esagerato parlare di una catastrofe annunciata. Il dato sorprendente è il silenzio degli enti predisposti a evitare questi tipi di catastrofi. Non è chiaro per quale ragione l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), un organismo appartenente alle Nazioni Unite, non si sia opposto alla decisione dei governi iraniani, prima e dopo la rivoluzione islamica, che hanno scelto Bushehr come sede di un impianto nucleare.
A metà degli anni Settanta, l'allora regime monarchico chiese a un consorzio internazionale diretto dalla tedesca Siemens di costruire a Bushehr una centrale nucleare. Poco prima, l'Iran aveva incaricato alcune istituzioni scientifiche internazionali di realizzare studi di fattibilità. In uno di questi studi, realizzato dall'università americana di Stanford, si metteva in rilievo il fatto che la penisola di Bushehr era attraversata da una falda sismica molto attiva e che era "fortemente sconsigliata la scelta di questa località per la costruzione di un qualsiasi impianto nucleare".
Il terreno della zona di Hallieh, dove sorge l'impianto nucleare di Bushehr, era disabitato negli anni Settanta, in quanto tutti i villaggi di quest'area furono praticamente rasi al suolo da un terremoto negli anni Quaranta. La stessa Bushehr sorge sui resti del porto di Siraf, distrutto da un altro terremoto nell'11esimo secolo.
Anche negli anni Settanta, come oggi, furono ignorati gli studi che sconsigliavano la scelta di Bushehr come luogo dove costruire un impianto nucleare e i giornali si videro negare dalla censura il diritto a informare la popolazione e ad aprire un dibattito sui piani atomici del governo dell'epoca. La Siemens, che nel 1977 inizio' i lavori per la costruzione della prima centrale nucleare di Bushehr, aveva promesso di realizzare un proprio studio sulla natura geologica di Hallieh. Promessa non mantenuta o comunque, se questo studio è stato mai realizzato, i risultati sono stati tenuti segreti fino ad oggi.
La rivoluzione del 1979 costrinse poi i tedeschi ad abbandonare l'Iran e la costruzione della centrale nucleare di Bushehr venne sospesa. Quindi, nel 1980, l'aviazione irachena bombardo' l'ossatura dell'impianto voluto dallo Scià, radendolo al suolo. Nel 1989, a guerra finita, l'allora presidente Akbar Hashemi Rafsanjani tiro' fuori dal cassetto il vecchio progetto per la costruzione di un impianto nucleare a Bushehr. Nel 1993, quindi, lo stesso Rafsanjani incarico' una commissione universitaria iraniana di realizzare un nuovo studio sulla fattibilità del progetto e i suoi eventuali rischi. Due anni dopo, la commissione universitaria consegno' il suo ampio e dettagliato studio, che fa esattamente la stessa fine dello studio realizzato dallo Stanford in quanto anche gli scienziati iraniani "sconsigliano" Bushehr, in quanto "un terremoto in questa regione avrebbe difficilmente un'intensità inferiore a 7 gradi della scala Richter". Parte di questo rapporto è stato distribuito nel 2005 nel corso di un congresso internazionale che a Kobe, in Giappone, si occupava di rischi sismici e impianti nucleari.
Nel 2000, ai tempi del riformista Mohammad Khatami, un gruppo di scienziati in una relazione dettagliata espresse le proprie riserve e i loro timori sul fatto che si stava costruendo proprio a Bushehr, "città epicentro di una delle falde sismiche più attive del paese, un impianto nucleare". Questi scienziati, nella loro denuncia, mettevano in guardia il presidente riformista anche sulla tecnologia impiegata dai russi nella costruzione della centrale nucleare di Bushehr, che secondo loro era "antiquata" e priva di "misure necessarie per garantire i criteri di sicurezza in caso di eventi sismici".
Nella loro denuncia, gli scienziati iraniani sottolineavano il pericolo che un'eventuale incidente nell'impianto nucleare di Bushehr rappresenterebbe anche per i paesi vicini. "Un incidente di qualsiasi tipo - si legge nella lettera - coinvolgerebbe almeno il 40 per cento della popolazione dei paesi che si affacciano sul Golfo Persico, in quanto molti paesi della regione come il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Qatar, lo Yemen, l'Iraq e perfino l'Arabia Saudita si trovano nel perimetro delle eventuali radiazioni".
Uno sguardo sui progetti futuri di Ahmadinejad, nel campo nucleare, fa capire meglio i timori dei paesi della regione. Una volta conclusi i lavori della centrale di Bushehr, i piani del presidente iraniano prevedono la costruzione di altri sette impianti nucleari. Almeno due di questi si affacceranno sul Golfo Persico. Il primo dovrebbe essere costruito nella zona petrolifera di Darkhoiin, lungo il fiume Karoun, e l'altro nella penisola di Jash, di fronte all'Oman.
Uno studio realizzato da uno dei paesi arabi che si affaccia sul Golfo Persico mette in rilievo il fatto che un incidente all'impianto di Bushehr, dalle dimensioni simili a Chernobyl, fermerebbe il mondo. "In considerazione della limitata profondità delle acque del Golfo, che in nessuna parte supera i 90 metri - si legge in questo studio - un incidente di tale portata fermerebbe la navigazione in queste acque per lunghi periodi, privando il mondo del 25 per cento delle sue risorse energetiche".
Nello stesso studio si afferma che mentre un incidente alla centrale di Bushehr "coinvolgerebbe solo il 10 per cento della popolazione iraniana, almeno il 40 per cento degli abitanti degli altri paesi che si affacciano sul Golfo subirebbe le conseguenze di un eventuale disastro nucleare".
fonte; ANDKRONOS
2/4/2008
Gli effetti delle finte libertà volute da Raul.
Il governo cubano ha con grande risonanza internazionale deciso di abolire alcune restrizioni, ma l'effetto sulla società cubana quale sarà? permettere ai cubani di accedere agli hotel o poter comprare un computer (nonostante internet sia vietato per i cubani per uso domestico) o un cellulare, cosa potrebbe causare? La risposta è facile, aumentare il divario tra cubani che vivono onestamente di stenti e cubani che ricevono denaro dall'estero o trafficano illegalmente. Questo non farà altro che aumentare la distanza dei gradini sociali e farà salire il malcontento e la ragionevole invidia di chi può permettersi solo l'indispensabile. Tranne che per i cubani che risiedono all'estero e che si recano in vacanza a trovare i familiari e pochi altri privilegiati quello di andare in un uno dei mega hotel in stile sovietico dove una camera può costare oltre i cento dollari a notte è pura follia, semplicemente impensabile per un cubano che sopravvive con pochissimo denaro e la libretta di razionamento. Che razza di libertà sono delle libertà che sono la normalità in qualsiasi paese libero, non poter andare in un hotel o compare un computer e un cellulare sono cose che neppure con la più demenziale delle leggi potrebbero essere proibite dalle nostre parti, eppure a Cuba erano vietate dall'ottusaggine di un regime folle, ma, concedere adesso dopo 50 anni di dittatura queste cosidette libertà, spacciandole per una svolta, ad un popolo ormai stremato ed economicamente ad un livello da terzo mondo è ormai inutile, le libertà di cui hanno bisogo i cubani sono altre, ben altre. Ingenuamente il regime cubano sta cercando di porre rimedio a un ritardo decennale nel mettere in moto una qualche forma di economia che possa alimentare gli stessi bisogni del regime per mantenersi impiedi, rispetto alla Cina Cuba è un'isola di miseria e desolazione, il venezuelano Chavez ormai totalmente fuori di testa, si sta rivelando assolutamente inaffidabile come fonte di finanziamento sicuro, e così con la loro proverbiale incapacità a capire cosa sia una economia di mercato e come funziona i solerti funzionari del partito comunista cubano hanno deciso di partire dai piedi anzicchè dalla testa, per primi hanno permesso il commercio di computer e cellulari, hanno permesso ai cubani di andare negli hotel, come se tutto il resto dell'economia funzionasse a tal punto da permettere queste spese ai cubani. Un totale triste disastro, come tutto a Cuba.
30/3/2008
COLOMBIA/ DOCUMENTI REYES VINCOLANO COLOMBIA ED ECUADOR ALLE FARC.
Roma, 30 mar. (Apcom) - I file recuperati dai pc di Raul Reyes, il numero due delle milizie colombiane delle Farc ucciso un mese fa in un'operazione militare in territorio ecuadoriano, sembrerebbero indicare un coinvolgimento del governo venezuelano del presidente Hugo Chavez nella vendita di armi alla guerriglia.
E' quanto pubblica il quotidiano statunitense The New York Times, che ha ottenuto copia di parte dei documenti, sottolineando come non vi sia modo di autenticare i file in modo indipendente ma precisando che - su richiesta delle autorità colombiane - è in corso un'indagine dell'Interpol per verificare l'autenticità del materiale.
Il ministro della Difesa colombiano Juan Manuel Santos ha reso noto che nell'operazione - che ha portato a una crisi diplomatica con Ecuador e Venezuela, poi risolta pacificamente - sono stati recuperati tre hard disk contenenti migliaia di file, informazioni definite "estremamente preziose e importanti".
Sia Caracas che il governo ecuatoriano del presidente Rafael Correa - anch'esso chiamato in causa nei file di Reyes - hanno smentito qualsiasi finanziamento alle Farc, affermando che i documenti sono delle falsificazioni.
27/3/2008
Ancora notizie assurde da Cuba.Adesso tocca ai cellulari.
Ho letto da qualche parte addirittura "svolta epocale!" stiamo parlando del permesso ai cubani di possedere un cellulare, non so che razza di notizia è questa, i cubani che potevano permetterselo il cellulare lo hanno sempre avuto, se lo facevano comprare, spesso regalare e ricaricare, molte prostitute lo hanno sempre avuto in bella vista attaccato alla cintura dei pantaloni. La polizia lo ha sempre saputo e ha sempre chiuso un occhio, il problema dei cubani comuni non è il permesso di comprare il cellulare o il computer o qualsiasi altro apparecchio tecnologico, è che si trovano in una situazione sociale ed economica da terzo mondo, non hanno tra le loro priorità possedere un telefono cellulare, ma procurare ogni giorno il cibo.
14/3/2008
Ma i cubani avranno i computer e i dvd?
Da Cuba di notizie davvero degne di nota non ne arrivano molte, noto che i giornalisti non avendo nulla da scrivere, non per loro mancanza, ma perchè c'è poco o nulla da dire di quel paese a volte si avventurano a dare delle notizie che visti dall'occhio di chi cuba la conosce e da quello degli stessi cubani non sono notizie ma barzellette, quasi un insulto ai cubani che a stento sopravvivono nella miseria, se non addirittura propaganda di regime.
I computer a Cuba fino ad ora sono stati vietati perchè non c'era corrente elettrica sufficiente per alimentarli! già da sola questa affermazione di Raul Castro è comica e triste allo stesso tempo, e si, sarà perchè la corrente era poca che a volte hanno sequestrato i computer portatili di alcuni turisti e ne hanno smontato l'hardisk per esaminarlo, di sicuro vietano l'ingresso a cuba anche delle stampanti per verificarne il consumo elettrico, non perchè temono che potrebbero essere usare per stampare materiale antirivoluzionario.
Computer e DVD, ma chi si può permettere a Cuba un computer e un DVD, semplice, solo i figli dei generali del regime e pochi altri che ricevono denaro dai parenti all'estero, considerato che la dogana cubana picchia forte su questo genere di importazioni è ovvio che i prezzi saranno alti e non alla portata dei cubani normali, quelli che hanno uno stipendio di 10-15 euro al mese e che fanno fatica a mangiare due volte al giorno. Con 15 euro al mese che computer potrà mai comprare il cubano medio? e che se ne fà di un lettore dvd se a cuba non hanno neppure il denaro per affittare un film da vedere? Probabilmente l'ingenuo Raul con questa mossa vuol far credere che Cuba si avvia alla libertà e alla prosperità, ma dimentica una cosa, internet dov'è? che se ne fà un cubano del computer se non lo connette ad internet? lo usa come soprammobile? o ci mette dentro i soliti cd di contrabbando e qualche gioco fuori moda? Internet secondo la teoria del regime non c'è a Cuba per uso privato perchè la rete non reggerebbe al traffico generato non si sà bene poi da quali computer, quindi è stato letteralmente vietato per uso privato. Come dice il buon vecchio Chavez, basta avere quattro dita di fronte per capire che internet è il terrore del regime, se a Cuba avessero internet ed entrassero le notizie senza censura, e i cubani si rendessero conto della tragedia in cui si trovano il regime crollerebbe o dovrebbe modoficarsi a tal punto che verrebbe dissolto in pochi anni. Il regime ha scientificamente lasciato nell'ignoranza i cittadini di Cuba, la maggioranza dei cubani che non sono quelli che vivono a contatto con i turisti non sanno neppure a che serve un computer, ne come si usa e una spesa di alcune decine di volte quello che guadagnano in un mese per loro è impensabile, non ci arriverebbero neppure se vendessero tutto quello che hanno, comprese le loro anime o quello che ne è rimasto.
11/3/2008
A Caracas mancano carne e latte ma Chavez fa finta di nulla.
Un avvertimento che adesso, avverte la stampa d’opposizione, sembra concretizzarsi. Il quotidiano Universal titola: “Il governo realizzerà i cambiamenti nella definizione di proprietà” così come erano enunciati nella proposta di costituzione bocciata dal voto popolare. “Il ministro dell’Economia e sviluppo, Haiman El Troudi, ha dichiarato che ancora non si è deciso se i cambi al "Codice del commercio" si realizzeranno per mezzo della "Ley Habilitante" – scrive il quotidiano caraqueño – tuttavia è chiaro che l’esecutivo ha in programma di procedere alla ridefinizione del concetto di proprietà”. Ricordiamo che nel 2006 il Parlamento venezuelano approvò, all’unanimità, una legge, detta “Habilitante”, in base alla quale il presidente può emanare leggi praticamente in tutti i settori – economia, commercio, sicurezza, fisco, cultura – senza bisogno di passare per le Camere. La necessità di un tale provvedimento sfugge, visto che il Parlamento venezuelano è al cento per cento in mano alla maggioranza che sostiene Chávez.
La proposta di Costituzione bocciata prevede, all’articolo 115, la ridefinizione del concetto di “proprietà” separandola in sei categorie distinte: proprietà pubblica, proprietà sociale diretta, proprietà sociale indiretta, proprietà collettiva, mista e privata. Nessuno è ancora riuscito a capire bene che cosa una tale ridefinizione comporterebbe.
Il problema del Venezuela, ormai da tempo, è che mentre alla Asamblea Nacional – il Parlamento locale – si discute di antimperialismo, socialismo e teoria costituzionale, il paese continua a vivere le sue croniche emergenze. Innanzitutto l’inflazione, che se tutto va bene sarà del 22% annuo. Uova, zucchero, pollo e carne sono diventate merce rara nei negozi, e il latte è praticamente introvabile, tanto da dover importare latte in polvere dalla Bielorussia (con conseguenti rassicurazioni sul fatto che “non è radioattivo”). Da dicembre, nelle barriadas (quartieri popolari) di Caracas c’è scarsità di gas: è diventato sempre più difficile trovare la ricarica delle bombole, “in molti – scrive sempre El Universal – hanno dovuto chiudere la loro piccola attività di ristorazione”.
La previsione è che a breve comincerà a scarseggiare anche la pasta, un altro alimento di larghissima diffusione in Venezuela, a causa dell’aumento del prezzo del grano, che qui non si coltiva: in questo caso si sconta la debolezza del bolivares, la valuta locale, e la lentezza con cui il ministero delle Finanze concede dollari alle aziende che si trovano così nell’impossibilità di acquistare materie prime dall’estero.
C’è poi il solito problema della delinquenza, e – cosa nuova – degli aerei che cadono: dall’inizio dell’anno sono morte in Venezuela, in incidenti di volo, 64 persone, tra cui gli otto italiani scomparsi al largo di Los Roques. Non sembra che ridefinire la proprietà privata sia la prima cosa che i venezuelani chiedono al loro Comandante.
Magia alla cumbre che si è svolta a Santo Domingo.
Chavez cambia idea, come e perchè resta un mistero, stringe la mano ad Uribe e la festa è finita, pacche sulle spalle, tarallucci e vino, tutti a casa, fine degli insulti e delle minaccie. Come per miracolo, Colombia e Venezuela sono amici come prima. Fortunatamente la crisi andina è evaporata in poche ore, pace è fatta, il comandante in seconda della FARC pare sia stato ucciso da una pepata di cozze....(o forse dai suoi uomini, pagati cinque milioncini di dollari). Meglio così.
7/3/2008
L’impossibile guerra fra Colombia e Venezuela
La crisi che coinvolge Ecuador, Colombia e Venezuela ha origine e rilevanza continentale. Bogotà è l’unico alleato degli Stati Uniti in Sudamerica, Chávez vuole dimostrare che il ritiro di Fidel Castro non lo indebolisce. L’ottimo lavoro delle diplomazie latinoamericane ha smorzato la tensione.
In questi giorni la tensione fra Colombia ed Ecuador ma soprattutto Venezuela sta raggiungendo livelli preoccupanti, e gli sviluppi della situazione - che si arrivi o meno ad una guerra - rischiano di minare i rapporti futuri in tutto il continente americano, Stati Uniti compresi. Le giustificazioni giuridiche addotte da una o dall’altra parte contano poco: la questione è assolutamente politica.
Scintilla della crisi è stata l’uccisione di uno dei comandanti della guerriglia marxista-leninista colombiana delle Farc, Raul Reyes, in territorio ecuadoriano (a meno di due chilometri dal confine) nella notte di sabato 1 marzo.
Il presidente dell’Ecuador Correa viene informato dell’operazione dal suo omologo colombiano Uribe solo nella mattinata di sabato, e nel giro di due giorni i suoi toni si fanno progressivamente più duri, fino all’annuncio, lunedì, della rottura delle relazioni diplomatiche con Bogotà e dello schieramento delle truppe di Quito alla frontiera. Il fatto che le decisioni di Correa ricalchino quelle del presidente venezuelano Hugo Chávezporta a credere che l’operato di quest’ultimo abbia influenzato il capo di Stato ecuadoriano: l’Ecuador insomma sarebbe il semplice casus belli dell’innalzamento della tensione fra Colombia e Venezuela. Tutta da verificare l’attendibilità delle accuse che si stanno scambiando le tre capitali sui legami fra leader delle Farc e rispettivi governi.
Nel frattempo si sono messe al lavoro le diplomazie di mezzo mondo per cercare di dirimere la controversia: nell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) è stato raggiunto l’accordo su una risoluzione che ammette, ma non condanna, la violazione della sovranità effettuata dalla Colombia ai danni dell’Ecuador.
Quito considera il documento un passo importante e ha arrestato nella notte di giovedì cinque presunti membri delle Farc, la Colombia ha scelto di non muovere i propri soldati verso le frontiere, Chávezha iniziato a parlare di nazionalizzazione delle imprese colombiane: il pericolo di un conflitto sembra scongiurato. Anche il Nicaragua ha rotto con Bogotà - con la quale ha un contenzioso alla Corte Internazionale dell’Aja per la sovranità di alcune isole caraibiche - in solidarietà al popolo ecuadoriano. La riunione dei presidenti del Gruppo di Rio di questo fine settimana potrebbe risolvere definitivamente la crisi.
Una questione internazionale
Cile, Brasile e Argentina (per bocca della presidenta Cristina Kirchner, impegnata in un viaggio in Venezuela legato a temi energetici) hanno condannato l’incursione dell’esercito colombiano; anche la Francia si è lamentata dell’uccisione di Reyes, con il quale erano in corso contatti per la liberazione di alcuni degli 774 ostaggi nelle mani della guerriglia. Bush si è invece schierato dalla parte di Uribe; Obama e Hillary Clinton hanno riconosciuto il diritto della Colombia a difendersi, mentre Bogotà è stata definita un alleato “vitale” da parte di John McCain, secondo cui Ecuador e Venezuela dovrebbero ritirare le proprie truppe dal confine.
Le reazioni di vari paesi del mondo dimostrano che quello che era un problema interno alla Colombia è diventato ultimamente, complice il narcotraffico e i sequestri di ostaggi condotti dalle Farc, un tema di confronto internazionale. Per Bogotà la questione è semplice: essa combatte un gruppo terrorista che minaccia la propria sovranità statale, specialmente nelle regioni del sud-ovest, lungo i 2300 km del confine col Venezuela; Venezuela che è sospettato di fornire aiuto e “santuari” ai guerriglieri delle Farc e che ha lamentato in più di una occasione la violazione della propria sovranità territoriale, in seguito ad azioni compiute nel proprio territorio da effettivi colombiani. La frontiera - anch’essa fonte di controversia, date le rivendicazioni contrapposte sull’area ricca di gas e petrolio del Golfo del Venezuela – separa due entità politiche agli antipodi, su cui si concentrano gli interessi di tutto il continente americano.
Si scrive Bogotà, si legge Washington
La Colombia è, insieme al Messico, il principale alleato degli Stati Uniti in America Latina, oltre ad essere l’unico governo di destra in Sudamerica (in Paraguay ci saranno le elezioni il mese prossimo); ha beneficiato negli ultimi dieci anni degli aiuti di Washington, che per il 2008 dovrebbero ammontare a 750 milioni di dollari, concentrati nel settore militare. La priorità per gli Usa in tutti i paesi andini è la lotta alla produzione di stupefacenti, di cui i cittadini statunitensi sono i primi consumatori mondiali: malgrado i recenti progressi, dalla Colombia proviene il 90% della cocaina che entra negli Stati Uniti. In questo caso alla lotta alle droghe si affiancano però più importanti considerazioni politiche: la presenza di una guerriglia marxista-leninista che può avvalersi della “connivenza” dell’ormai più grande rivale di Washington in tutta l’America Latina (il Venezuela di Chávez) fa di Bogotà l’ideale contrappeso anti-chavista, oltre che un punto privilegiato per studiare le mosse del colonnello bolivariano, e prendere eventuali contromisure.
L’appoggio del presidente venezuelano alle Farc non sorprende, data la comune matrice ideologica: gli sforzi di Chávez- che ha più volte riconosciuto di avere contatti con i guerriglieri - perché venga riconosciuto internazionalmente (come già fatto dal Parlamento di Caracas) alla guerriglia lo status di forza belligerante tendono a legittimare il ruolo politico dell’organizzazione terroristica capeggiata da Manuel Marulanda. La mediazione del presidente bolivariano ha permesso la liberazione di alcuni ostaggi nel gennaio di quest’anno e l’apertura di un canale di dialogo con le Farc, apertura ben vista dagli altri stati sudamericani e dalla Francia, interessata al rilascio di Ingrid Betancourt, colombiana con cittadinanza francese in mano alla guerriglia dal febbraio 2002.
Uribe ha però mostrato di non gradire in egual misura l’operato di Chávez, specialmente dopo una telefonata di quest’ultimo ad un generale delle Forze Armate colombiane, nel novembre scorso: da quel momento la tensione fra i due capi di Stato è cresciuta, alimentata dalle dichiarazioni roboanti del presidente venezuelano. A Bogotà sembrano soddisfatti di aver riannodato i fili con gli Stati Uniti, dopo averli “spaventati” con un riavvicinamento al colonnello di Caracas; e proprio in questi giorni Bush ha ribadito l’importanza di approvare il Trattato di Libero Commercio con la Colombia, bloccato da tempo in Congresso.
I problemi interni e internazionali di Hugo Chàvez
L’escalation chavista può essere meglio interpretata concentrandosi sulle dinamiche interne del Venezuela e su quelle continentali. Nel paese caraibico l’inflazione degli ultimi 12 mesi è cresciuta del 25,4%, e trovare il cibo sugli scaffali dei supermercati sta diventando sempre più difficile (l’accordo siglato con l’Argentina petròleo por alimentos è quanto mai benvenuto); il nuovo Partito Socialista Unito del Venezuela, che dovrebbe raggruppare tutte le forze che appoggiano la rivoluzione bolivariana, sta nascendo fra le polemiche interne e il malcontento di alcune formazioni minori che hanno rifiutato di entrarvi. Pesa ancora la sconfitta del referendum del 2 dicembre e soprattutto l’annuncio di fine febbraio: Fidel Castro si sta ritirando dalla vita politica attiva. In mezzo alle difficoltà interne, e mentre la stella del suo mentore politico si sta per spegnere, il presidente venezuelano ha voluto ancora una volta stupire il mondo con le sue azioni clamorose, quasi a voler dimostrare che niente può fermare i suoi progetti; e se c’è bisogno di una crisi regionale per farlo capire, ben venga.
Chi ha vinto e chi ha perso in questa crisi
Resta da vedere chi ci ha guadagnato da questa crisi, posto che al momento la tensione non è sfumata completamente. Non Chávez, che si è intromesso fragorosamente in una vicenda che non riguardava direttamente il Venezuela, ha rotto le relazioni diplomatiche con quello che – oltre ad essere il vicino – è il secondo partner commerciale di Caracas e ne ha ottenuto una minaccia di denuncia alla Corte Penale Internazionale per “patrocinio e finanziamento di genocidi” (reato fra l’altro non previsto dal diritto penale internazionale). Tantomeno ne esce bene l’Ecuador, che si è dimostrato titubante, contraddittorio e privo di autonomia in un caso di violazione della propria sovranità. La stessa Colombia si è trovata ancora una volta isolata in Sudamerica: il suo gesto è stato condannato dall’Oea e l’appoggio statunitense non ha fatto che confermare l’impressione che Bogotà sia un corpo estraneo all’America Latina, troppo legato a Washington e troppo dipendente dalle sue direttive. Uribe ha comunque promesso di non ripetere operazioni come quella che ha portato all’assassinio di Reyes.
Ma la rapidità e la capacità con cui gli Stati del continente americano hanno saputo reagire alla situazione di crisi è senza dubbio degna di menzione: quelle stesse potenze che pochi mesi fa avevano assistito inermi allo show anti-spagnolo del vertice iberoamericano hanno raggiunto stavolta un’intesa in tempi brevissimi, confezionando una risoluzione equilibrata - forse troppo tenera con la Colombia - approvata all’unanimità in una riunione straordinaria del Consiglio Permanente. Toccherà ad una Commissione guidata dal segretario generale Insulza e integrata dagli ambasciatori di Panama e Brasile (i più attivi nel cercare una rapida soluzione in sede Oea) visitare entrambi i paesi e diramare una relazione sui fatti. Le preoccupazioni per la stabilità regionale, e la volontà di togliere visibilità ad un Chávez già per molti aspetti predominante in America del Sud, hanno prevalso.
Nella speranza che la crisi si possa presto considerare superata, la dimostrazione di unità e di buona volontà data dall’America Latina in questa occasione dovrebbe essere d’esempio per il futuro.
di Nicolò Locatelli da Limes
6/3/2008
Quando il cellulare fà male alla salute....
L'esercito colombiano è riuscito a scoprire il posto dove si nascondeva Raul Reyes, numero due delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc) dopo aver intercettato una telefonata che gli avrebbe fatto il presidente venezuelano Hugo Chavez. Lo ha rivelato oggi l'emittente colombiana Rcn, citando un anonimo "alto ufficiale dell'intelligence militare".
Secondo questa fonte "la telefonata sul satellitare è avvenuta mercoledì 27 febbraio, quando furono liberati gli ex legislatori Gloria Polanco, Luis Eladio Perez, Orlando Beltran e Jorge Eduardo Gechem, che erano in mano alle Farc da quasi sette anni": Chavez "emozionato" da questa liberazione, decise di telefonare a Reyes "per dirgli che era andato tutto bene".
"E' sicuramente ironico che sia stata una telefonata di Chavez ciò che ci ha permesso di fare fuori Reyes", ha commentato la fonte militare, secondo cui Manuel Marulanda, leader storico delle Farc, si trova attualmente in territorio venezuelano, nascosto in una villa isolata nella campagna, a causa delle sue precarie condizioni di salute.
5/3/2008
Due “record” cubani nascosti: il più alto tasso di suicidio su tutta l'area americana e il più alto numero di aborti al mondo...
Sapevate che Cuba ha speso 40 miliardi di dollari per fare guerre in tutto il mondo, Asia e Africa comprese? Oppure sapevate che almeno 10.000 cubani sono morti o sono stati ammazzati dal governo per il solo fatto di voler fuggire dall'isola?
Bene, se la risposta è “no”, sappiate che tutto ciò non è affatto “casuale”.
E' il risultato di un metodo scientifico di controllo dell'informazione che l'ideologia comunista in particolare ha affinato nel corso degli anni e che, come vedremo nel corso dell’articolo, continua a dare i suoi frutti ancora oggi, nell’Italia del 2005. A Cuba, per esempio, il controllo inizia da particolari apparentemente insignificanti, come le “tecniche d'ospitalità”. Si tratta di un metodo di adulazione degli ospiti (usato in tutti i sistemi comunisti) per indurli a giudizi benigni sul regime, al loro rientro in patria. I migliori alberghi, carrozze lussuose, treni speciali, macchine messe a disposizione in ogni momento, anche la notte, centri speciali, tutto serviva ad “ammollire” l'obiettività degli osservatori stranieri.
Ospedali e prigioni vengono preparati apposta per mostrare al visitatore un lato fasullo, guide turistiche sono allenate a tale proposito e fanno parte di una lunga fila di comfort, abbinati a stimoli morali o spirituali. I sovietici usarono per anni come “specchietto per le allodole” la prigione di Bolshevo, campo “modello” nei pressi di Mosca. Castro usa allo scopo il famoso carcere “Combinado dell'Este” (nelle vicinanze de L'Avana) nelle poche volte che ha permesso questo privilegio a qualcuno dei suoi ospiti. Prima dell'arrivo dell'ospite, il carcere viene riverniciato e pulito e si dà da mangiare una porzione più umana ai detenuti. I cubani come i sovietici hanno investito cifre spaventose allo scopo di perfezionare questa tecnica.
Per completate l'opera, si studia dettagliatamente la storia e la personalità dell'ospite: se si tratta di un intellettuale sensibile alle adulazioni o che è stato dimenticato, funziona la tecnica di stimolazione dell'ego; per i pittori che non vendono le loro opere o gli scrittori dimenticati nel paese d'origine, si organizzano mostre o pubblicazioni di libri.
Insomma ognuno viene adulato a seconda del caso. A Cuba, L'Unione di Scrittori e Artisti o “La Casa de las Américas” impiega i suoi commissari intellettuali a questo proposito. Molti latinoamericani ed europei, premi Nobel compresi, si esaltano, ripetendo testualmente le menzogne del “Bugiardo in Carica” (così è soprannominato ironicamente Castro, per il suo ridicolo cumulo di cariche onorifiche, tra cui “Pediatra in Carica”, “Agrario in Carica”). García Márquez, ossessionato dal folclore che per tutto il ventesimo secolo hanno messo in scena i” Caudillos” latinoamericani, ha dedicato parte della sua vita e opera, dopo il successo di “Cento anni di solitudine”, al suo amico Castro. L'esempio dello scrittore colombiano, premio Nobel, è imitato da molti intellettuali del continente che ingrossano il “Manual del Perfecto Idiota Latinoamericano” (vedi Pepe 12).
Un famoso sociologo, che amava Cuba, Enzensberger, in seguito ad un viaggio sull'isola, dichiarava: “A L'Avana, continuavo ad incontrare i comunisti negli alberghi per stranieri, che non avevano la minima idea del fatto che l'erogazione dell'acqua e l'energia nei quartieri degli operai erano state sospese, durante tutto il pomeriggio e la sera, che il pane era razionato (60 grammi il giorno), nello stesso tempo in cui i turisti continuavano a discutere sul critico Lukacs nelle loro confortevoli abitazioni.”
Molti intellettuali europei sono responsabili delle inesatte informazioni che arrivavano una volta dall'Unione Sovietica, e altri paesi del cosiddetto “Socialismo Reale”. Tanti si portano addosso la colpa di aver nascosto per anni la realtà cubana, il discorso demagogico del castrismo, per giustificare l'orrore che ha vissuto e vive finora il popolo cubano. In Italia sono diventati famosi certi personaggi che si definiscono cattolici e specialisti dell'area latinoamericana: un peccato mortale intellettuale. Ripetono i discorsi fiume di Castro e le bugie dell'attuale “tavola rotonda”. Accusano gli Stati Uniti, per assenza dell'habeas corpus nel processo a cinque cubani condannati in Stati Uniti, che il regime chiama eroi (condannati per spionaggio e terrorismo, insieme con altri sette ed Ana Belén, spia dal Pentagono per Cuba, di cui né Castro, né i suoi complici dicono nulla).
La propaganda sull'eccellente e gratuito sistema sanitario, sulla bassa mortalità infantile ed anche sull'embargo americano, diventano armi per distogliere l'attenzione dall'orrore.
Non si dice, per esempio, che con Castro sono scomparse tutte le garanzie istituzionali.
Un dissidente a Cuba non ha diritto a nominare un avvocato indipendente (non ci sono difensori autonomi) che lo difenda in un processo, il quale spesso è una “farsa” in cui le condanne sono già predisposte dal governo. Chi difende un dissidente si limita solo a chiedere clemenza, riconoscendo la colpa dell'imputato. I processi si realizzano a porte chiuse, senza l'accesso della stampa estera. E neppure il popolo cubano può sapere quello che accade dentro il tribunale.
Non dicono, poi, i peccatori intellettuali che molti medici nell'isola sono caduti in disgrazia per dare la semplice informazione della morte di un bambino appena nato: un'ossessione del regime, infatti, è stata sempre quella di truccare i dati sulla mortalità infantile (prima del castrismo, gli indicatori cubani sulla salute e sulla mortalità infantile erano i migliori dell'America Latina).
Su che cosa, quindi, il castrismo ha investito molto per creare il suo “mito”? Furbescamente, ha puntato sulla “distanza” (la lontananza crea “leggenda”) e sugli aspetti che attirano lo sguardo dell'opinione pubblica: lo sport, la medicina e a volte la musica.
Inoltre, Cuba vanta vari record negativi sconosciuti: il più alto tasso di suicidio su tutta l'area americana e il più elevato numero di aborti al mondo, 30000 l'anno (sono dati ufficiali dello stesso governo).
E che dire del fatto che nella patria dell'”anticapitalismo” sia possibile commerciare gli embrioni di esseri umani? Non si parla, poi, delle migliaia di giovani che hanno perso la loro giovane esistenza in guerre che non gli appartenevano (in Africa, in America Latina e persino in Asia) o sono morti in cerca di fuga nello stretto della Florida. Parla da solo il Memoriale Cubano in Florida, con più di 10.000 croci. Zattere e pallottole sono testimoni silenziosi di un dramma che sembra non avere fine. A proposito dell'embargo, dobbiamo pure ricordare che Cuba ha commerciato negli ultimi anni con tutta l'America e che uno dei primi partner economici del regime sono gli Stati Uniti, presenti alla Fiera dell'Agricoltura a L'Avana ogni anno.
E' un fatto, invece, che circa 40 miliardi di dollari sono stati spesi per fare guerre in tutto il mondo, invece di essere usati per sviluppare il paese.
Ma i pacifisti che sventolano le bandiere cubane lo sanno? L'embargo è stato il gran pretesto per giustificare il fallimento, l'assenza d'ogni tipo di libertà a Cuba, la corruzione generalizzata, la mancanza di speranza, la discriminazione e l'annientamento della dignità umana. In un paese, dove non si è padroni di nulla, uccidere la propria mucca è un grave reato, come lo è voler diventare padrone del proprio talento. Persino scegliere la forma in cui morire è un delitto. Perché se decidi di rischiare la morte nello stretto della Florida e di finire in bocca agli squali, la polizia non te lo fa fare e ti spara in mezzo al mare.
Tutto appartiene al dinosauro politico di Castro, ultimo mito di nostalgici e frustrati politici.
di Carlos Carralero
4/3/2008
Chavez punta sulla Colombia per colpire gli USA
Oltre a mandare le truppe al confine Chávez ha pure richiamato l’ambasciatore a Bogotá, ma il governo colombiano non gli ha neanche risposto. Tutti gli analisti concordano che in caso di conflitto le Forze Armate colombiane, temprate da sessant’anni di guerra civile, farebbero un boccone di quelle venezuelane: che Chávez ha deprofessionalizzato dirottandone gli uomini a occuparsi di economia e infrastrutture, nel contempo in cui puntava alla crescita di milizie paramilitari in vista di una “guerra popolare asimmetrica” per la quale gran parte degli ingenti acquisti di armi fatti dal regime bolivariano specialmente in Russia sono del tutto inutili. Oltretutto, se si interrompessero gli acquisti di generi alimentari che il Venezuela fa in Colombia andrebbe al collasso definitivo la già precaria situazione degli approvvigionamenti: in crisi per le continue bordate populiste di Chávez contro produttori agricoli e distributori. È vero che allo stesso Chávez il tanto peggio tanto meglio è funzionale, nel momento in cui la sconfitta al referendum di riforma costituzionale dello scorso dicembre gli impedisce comunque di ricandidarsi nel 2012. Paradossalmente, però, le truppe al confine sono proprio quello che il governo colombiano chiede da tempo, per evitare che i guerriglieri continuino a passare da un lato all’altro. Luis Eladio Pérez, uno degli ultimi quattro prigionieri liberati la scorsa settimana, ha ad esempio riferito che le Farc e i loro ostaggi si muovono attraverso la frontiera in Brasile, Ecuador, Perù e Venezuela, dove ricevono rifornimenti di ogni tipo. “Usavamo stivali di marca ecuadoriana, deodoranti e medicinali brasiliani e dentifrici venezuelani”.
Il problema è invece con l’Ecuador. Anche il filo-chavista presidente Rafael Correa ha per radio un programma simile a Aló Presidente, e il presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez sabato lo aveva sorpreso in diretta dandogli l’annuncio dell’operazione. Preso alla sprovvista, Correa gli aveva fatto addirittura gli auguri, pur aggiungendo che avrebbe ordinato indagini. In seguito si è invece infuriato: l’impressione di molti è per aver ricevuto il contrordine di Chávez; ma lui spiega che i soldati mandati sul posto hanno trovato i cadaveri dei guerriglieri “ancora in pigiama”. Dunque, non ci sarebbe stato il conflitto a fuoco a caldo dai due lati della frontiera come aveva spiegato Uribe, e “il presidente colombiano ha mentito”. Certo, c’è stato anche un morto tra i militari colombiani, che però partendo da una dimensione di dubbio sistematico potrebbe essere stato vittima di “fuoco amico”. Però fa un certo effetto sapere che i guerriglieri in territorio ecuadoriano si sentivano così al
sicuro da mettersi addirittura in pigiama. E infatti i militari colombiani dicono di aver recuperato addosso ai cadaveri e in tre computer del materiale che per Correa sarebbe estremamente compromettente. Il capo della Polizia di Colombia generale Oscar Naranjo parla infatti di un documento in cui Reyes riferisce sull’interesse del ministro della Sicurezza ecuadoriano Gustavo Larrea a “ufficializzare le relazioni con la direzione delle Farc”. E di contatti diretti tra lo stesso Larrea e le Farc. E soprattutto di un impegno di Correa a “levare” i comandi di polizia e Forze Armate nelle zone ecuadoriane dove stanno le Farc. In cambio, il presidente ecuadoriano chiedeva la liberazione di un ostaggio delle Farc prigioniero da oltre 10 anni.
Al fianco di Venezuela e Ecuador si è pure mossa l’Argentina dei coniugi Kirchner, ma in modo soft: ha semplicemente deplorato la “violazione di sovranità”. Sta zitto invece il Brasile di Lula, che dice di voler essere amico di tutti, che ostenta simpatia per Chávez, ma che ha fornito alla Colombia gli aerei Supertucano che hanno rivoluzionato la lotta antiguerriglia e con cui è stato compiuto anche quest’ultimo blitz: non solo perché ci ha ricavato un bel po’ di milioni, ma anche perché le Farc trattano cocaina e armi con quelle gang dai nomi sinistri che insanguinano Rio de Janeiro e San Paolo con rivolte per strada ogni volta che il regime carcerario dei loro boss viene irrigidito. In modo non ufficiale Lula ha però fatto sapere di voler mediare tra Colombia e Ecuador e di aver interesse a “spegnere gli incendi piuttosto che attizzarli”.
Paradossalmente, chi ha preso la cosa meglio di tutti sono state proprio le Farc, che a loro volta sono abituate a trattare mentre continuano a colpire, e anche a liberare in modo unilaterale due prigionieri per poi sequestrarne altri cinque il giorno dopo. Pur usando verso Uribe un linguaggio simile a Chávez a proposito dell’”Israele del Sudamerica” e delle sue “uccisioni mirate”, hanno detto che continuerà la politica dello “scambio umanitario” che ha portato recentemente alla liberazione di sei ostaggi.
Sopravvissute al crollo di quell’Unione Sovietica che era stata il loro punto di riferimento, le Farc erano rimaste fuori da quell’accordo di pace che nel 1989-90 aveva riportato altri gruppi armati colombiani nella legalità, principalmente per sfiducia: già nel 1982 avevano infatti concluso un altro accordo, per poi vedere i loro uomini tornati alla vita politica normale sterminati da una serie di attentati. Nel contempo, però, la loro struttura clandestina non aveva mai smobilitato: insomma, un patto fallito perché ognuno dei contraenti aveva puntato a fregare l’altro. Rimanendo alla macchia, tuttavia, le Farc avevano potuto profittare in pieno dello sbandamento dei Cartelli di Medellín e Cali in seguito alla prima Guerra della Droga lanciata da Washington, rilevando il business e godendo di un vero e proprio boom economico: fino a trasformarsi nella prima impresa di Colombia, con 2 milioni di dollari al giorno di utili.
2/3/2008
Chavez si crede il dittatore dell'intero centro america.
Da quando i colombiani sono riusciti a far fuori il ricercatissimo numero due delle FARC, Rafael Reyes in Ecuador, dopo che questi era stato l'ideatore di decine di esecuzioni in Colombia il nostro Chavez si sta comportando come se fosse lui il presidente dell'Ecuador, si è esibito nel suo repertorio da osteria di insuli contro il presidente Uribe, contro gli USA e probabilmente anche contro la sua donne delle pulizie. L'amministrazione USA ormai ha rinunciato a capire che passa per la testa del presidente Venezuelano, la FARC è una organizzazione di narco trafficanti che tiene in ostaggio cittadini colombiani e statunitensi, nessun capo di stato di quell'area in buona fede dovrebbe avere nulla in contrario se un tizio come Reyes viene fatto fuori, ma il presidente venezuelano no. Il Venezuela ha il problema di ospitare alcuni accampamenti della FARC all'interno del suo territorio, la maggior parte della cocaina colombiana transita dal suo territorio, in oltre Chavez da sempre professa un'onirica unione degli stati centroamericani sotto la bandiera del socialismo proponendosi come il leader di tutti, gestore delle situazioni di crisi, difensore di tutti e ideatore delle strategie da seguire. Chavez che accumula armamenti da anni ha avuto finalmente l'occasione di alzare la voce e mostrare i muscoli, ha assunto indignato un atteggiamento irrazionale come sua abitudine, ha chiuso ambasciate, urlato allo scandalo, fatto muovere l'esercito sul confine con la Colombia, si è elevato al maggiore difensore della FARC che mai abbia avuto questo esercito di narco rivoluzionari senza pietà, da questo momento è ovvio che la FARC si sposterà sempre più sotto la protezione del Venezuela, visto che hanno trovato nei loro riguardi tanta devozione e protezione militare. Una cosa vista dal punto di vista razionale assolutamente inaudita, dal punto di Chavez naturale e normalissima. Chavez è un pessimo stratega, forse il peggiore che il centro america abbia mai visto, sta spostando con la sua manovra la FARC sotto la sua protezione invischiando tutti i venezuelani nella sua passione per il narcoterrorismo e la sua ideologia dell'irrazionale, sta rischiando, di innescare un conflitto con la Colombia che potrebbe coinvolgere gli Stati Uniti se le cose andassero storte, con conseguenze facilmente immaginabili. Chavez in una specie di esaltazione mistica sta dimostrando quello che molti analisti pensano di lui: è un uomo instabile emotivamente e mentalmente, un pericolo concreto per tutto il centro america che và fermato dai venezuelani prima possibile, prima che succeda l'irreparabile. Unica cosa positiva delle mosse di Chavez è che è riuscito finalmente per la sua gioia a fare in modo che il suo regime sarà inserito nella lista dei paesi che appoggiano il terrorismo.
29/2/2008
Vergogna nera per Chavez.Cittadini affamati sequestrano suo padre.
Il sequestro è dovuto a una dura forma di protesta da parte di una popolazione che non ha né acqua né luce né cibo. Il padre di Chavez è stato bloccato all'interno di una casa della cultura, ed è potuto sfuggire ai manifestanti, che avevano bloccato tutte le strade, soltanto grazie all'intervento di un elicottero. Il sindaco della città di Arismendi, dov'è avvenuto l'episodio, è il fratello maggiore di Hugo Chavez.
Un'altra pagina nera per i rossi altermondialisti.
28/2/2008
Demenziali milizie chaviste hanno occupato l'arcivescovado di Caracas.
Roma, 27 feb. (Apcom) - Un gruppo di militanti identificatisi come seguaci del presidente venezuelano Hugo Chavez ha occupato il palazzo arciverscovile di Caracas, costringendo alla fuga parte del personale che vi si trovava: è quanto scrive il quotidiano venezuelano El Universal.
Alcuni militanti - entrati con la forza nei locali dell'edificio - avevano il volto coperto e indossavano camicie rosse e magliette con l'effigie del Che Guevara.
In una successiva conferenza stampa un rappresentante del gruppo, Odra Carrascal, ha dichiarato che l'iniziativa è giustificata dalla "vigenza del socialismo": "La nostra lotta è per il potere del popolo sovrano e per il socialismo come unica via per lo sviluppo della patria".
26/2/2008
Ambiguità della Cuba di Raul.
Molte persone in tutto il mondo cominciano a chiedersi come sia possibile che le sinistre abbiano lodato così tanti leader e dittatori, pur predicando la liberazione degli oppressi. Nel sito La nueva Cuba.com una vignetta raffigura un Fidel canuto e bianco, con lo sfondo della carta geografica di Cuba dietro le sbarre di una cella grande come l'isola. Castro dice "Mi trabajo està hecho" "Il mio lavoro è fatto": quello di un carcere grande come un'intera nazione.
Il mondo si dovrebbe interrogare anche sulla figura dei rivoluzionari che tengono incatenata Ingrid Betancourt da sei anni.
La proclamazione di Raul sembra replicare i vezzi gattopardeschi italiani, con Veltroni che sostituisce Prodi e Rutelli che sostituisce Veltroni. Tutto cambia e nulla cambia, nemmeno i cognomi.
A Cuba tuttavia ci sono alcune speranze. Sabato abbiamo sentito il parere degli esuli cubani di Miami, i quali non credono nel cambiamento, e pensano che Raul rappresenta la continuità col fratello Fidel. Queste opinioni sono confermate dalla proclamazione di José Ramon Machado Ventura come numero due del governo. Su questa linea si dichiara il columnist del New Herald di Miami Andres Oppenheimer, secondo il quale il messaggio al popolo di Cuba è molto chiaro: la successione è un segno di forza e inflessibilità, non ci sono spazi per derive democratiche.
Tuttavia ci sono spazi di discontinuità che è opportuno rilevare.
Il punto di cambiamento è l'economia, che continua a smentire -giorno dopo giorno- la rivoluzione, dal momento che i cubani oggi vivono anche peggio che negli anni '50, quando erano sotto la dittatura di Batista e della mafia.
Il modello che potrebbe imporsi è quello cinese di Deng Xiaoping, che avviò un modello di economia semilibera, saldamente nelle mani del partito comunista. Nacquero così i primi taipan, gli imprenditori-oligarchi che si arricchirono arricchendo i funzionari di partito, e si replicarono i centri industriali avviati a Shangai e a Honk Hong. Il piano di Deng fu sostituito dal sistema a capitalismo di partito, appli

