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20/11/2009
A Cuba basta pensare a un reato per finire diritti in galera
Sono ormai passati più di tre anni dal luglio 2006, quando Raúl Castro ha ricevuto il posto di timoniere di Cuba dal fratello Fidel, duramente provato da una malattia intestinale. Ma le deboli speranze di cambio accese tra i cubani dall'arrivo del minore dei Castro, sembrano essere state ampiamente deluse. Gli apparenti passi in avanti come l'apertura all'acquisto di elettrodomestici, cellulari e computer (senza accesso a internet) sono rimasti nella memoria quasi come fatti aneddotici, mentre, in silenzio, la pressione sui diritti e le libertà civili sembra essersi invece rafforzata.
A dare il primo, pesante, giudizio sull'«era Raúl» è stata l'Ong statunitense Human Right Watch (Hrw), che nel rapporto «Nuovo Castro, stessa Cuba» denuncia come Raúl «non ha affatto smontato la macchina della repressione, ma l'ha anzi mantenuta vigente e pienamente attiva». Raúl, che ha ereditato un sistema di leggi abusive e centinaia di prigionieri politici, spiega Hrw, invece di allentare la presa ha «fatto ricorso a leggi draconiane e a processi giudiziari farsa per incarcerarne molte altre, colpevoli solo di esercitare le proprie libertà basilari».
Lo strumento giuridico che Raúl ha usato più spesso è una legge del codice penale che consente allo Stato di incarcerare qualsiasi persona in base alla sua «pericolosità predelittiva», ovvero prima ancora che abbia commesso un reato, e in base ai sospetti che possa commetterlo in futuro. Sul tema, il giudizio di Hrw è inappellabile: «Questa norma è la più orwelliana di tutte le leggi cubane, e capta l'essenza della mentalità repressiva del governo, che considera una potenziale minaccia qualsiasi persona le cui azioni non si accordino con le sue».
L'Ong ha basato il suo rapporto su una sessantina di interviste realizzate nell'isola in incognito (il regime non consente di svolgere nessuno studio ufficiale), e ha raccolto una quarantina di casi in cui il governo di Raúl ha arrestato cittadini cubani solo perché diffondevano la Dichiarazione universale dei diritti umani, perché partecipavano a manifestazioni pacifiche o scrivevano articoli contro il governo.
Il regime di Raúl si è quindi ben guardato dall'eliminare strumenti di coercizione come l'articolo 62 della Costituzione che proibisce l'esercizio di qualsiasi diritto basilare che contravvenga «i fini dello Stato socialista». E, senza ricorrere al carcere, non sembra aver abbandonato neanche misure come l'intimidazione o la minaccia messe in atto dalla cosiddetta Brigata di risposta rapida. Pochi giorni fa la blogger Yoani Sánchez e altri due colleghi hanno sofferto e denunciato in prima persona un'aggressione fisica e verbale di questo tipo.
Settimane fa, al telefono con il Giornale, Sánchez aveva fatto un bilancio del governo Raúl - al potere pressappoco dall'inizio del suo blog, Generación Y -, arrivando alle stesse conclusioni di Hrw. «L'incidenza pratica di Raúl è stata nulla» aveva detto Sánchez, che descriveva il nuovo leader come più taciturno, e quindi più impenetrabile, del fratello maggiore.
Ieri il presidente statunitense Barack Obama ha risposto proprio sul blog della Sánchez a 7 domande che la blogger aveva posto a lui e a Raúl giorni fa. Obama ha assicurato di non essere interessato a «parlare tanto per parlare» con il leader cubano e lascia intendere che non visiterà l'isola fino a quando il governo comunista non avrà cambiato registro. Il presidente dichiara anche che la normalizzazione delle relazioni fra l'Avana e Washington dipenderà dall'atteggiamento di Cuba. Intanto mentre Raúl tace, il quotidiano ufficiale Granma definisce il rapporto di Hrw come «un vano tentativo di macchiare l'impeccabile opera dell'isola a favore della dignità e dei veri diritti umani di oltre 11 milioni di cubani».
20/11/2009
Ultima follia di Chavez
Chavez ha solennemente comunicato alla popolazione venezuelana che da adesso non deve dormire per più di quattro ore per notte, asserendo che sono più che sufficienti per riposare.
19/11/2009
Comprendere chi difende Cesare Battisti in Brasile.
Il ministro della Giustizia, un tempo militante comunista clandestino, convinto che in Italia si violino diritti umani; l’eminenza grigia del governo brasiliano, pasionaria durante la dittatura; l’ex guerrigliero che rapì l’ambasciatore americano ed uno stuolo di «rivoluzionari» che oramai indossano il doppiopetto in parlamento. Sono questi gli animatori della lobby a favore di Cesare Battisti, uscita sconfitta dalla decisione della Corte suprema brasiliana di estradare il terrorista italiano condannato all’ergastolo nel nostro paese. Il capobanda è Tarso Genro, ministro della Giustizia brasiliano e teorico «rivoluzionario» dell’ascesa al potere del presidente Lula. Le malelingue sostengono che Battisti verrà estradato in Italia nel 2010 quando Genro, che gli ha concesso asilo politico, si sarà dimesso per farsi eleggere governatore dello stato del Rio Grande do Sul.
Durante la dittatura militare il ministro della Giustizia era stato attratto dalla lotta armata aderendo all’Ala Vermelha, un gruppo guerrigliero noto come Sezione rossa. Poi fuggì in Uruguay e aderì al Partito comunista rivoluzionario e clandestino. Rientrato in patria ha fatto il sindacalista estremo iniziando la carriera politica come sindaco di Porto Alegre negli anni novanta. La città che ha ospitato le prime edizioni del Forum sociale mondiale. Una specie di riunione plenaria degli orfani di Marx contro la globalizzazione. Allora ministro dell’Istruzione non poteva mancare sul palco del Genova social forum del 2001, dove si è scatenato a favore dei no global. Nel 2006, sul sito dei Comunisti italiani, spiegava che l’obiettivo del secondo governo Lula «è una radicalizzazione democratica (...) Ossia sociale e di massa». Il presidente brasiliano Luis Inacio da Silva, detto Lula, è diventato con il tempo più pragmatico e realista del suo ministro della Giustizia. Anche se più volte ha difeso l’amico Fidel Castro schierandosi contro l’embargo a Cuba.
Sul caso Battisti i bene informati garantiscono che Lula sia stato consigliato dal suo vero braccio destro, Dilma Roussef, il ministro che coordina l’azione di governo. La Roussef succederà a Lula nella corsa alla presidenza. Suo padre era un comunista rivoluzionario bulgaro e Dilma in gioventù aderì a gruppi come Vanguarda Armada con i nomi di battaglia Estela e Luisa. I militari la torturarono ed oggi l’ex pasionaria non disdegna il lifting per far presa in tv. Nel Partito dei lavoratori al potere Battisti conta sull’appoggio di diversi parlamentari. Uno dei più importanti è il senatore Eduardo Matarazzo Suplicy con un bisnonno di origini italiane. Anche l’ex sindaco di Fortaleza, Maria Luiza Fontenele, è una fan del terrorista italiano. Il lobbista più discusso di Battisti rimane Fernando Gabeira fondatore dei verdi in Brasile. Ancora oggi il Dipartimento di Stato gli nega il visto per gli Stati Uniti. Durante la lotta armata degli anni ’60 e ’70 faceva parte del Movimento rivoluzionario 8 ottobre. Gabeira partecipò al rapimento dell’ambasciatore americano Charles Burke Elbrick e ne scrisse pure un libro. Amnistiato si batte per la liberalizzazione delle droghe leggere.
13/11/2009
Le botte di Fidel
"Noticias 41", un'emittente anticastrista in lingua spagnola che trasmette da Miami, ha mandato in onda alcuni video provenienti da Cuba che vi riproponiamo qui. Nella prima clip si vede la blogger cubana Yoani Sanchez, il cui blog anti governativo Generation Y l'ha resa nota in tutto il mondo, con i postumi del pestaggio subito dalla polizia castrista all'Avana il 6 novembre scorso. Yoani Sanchez è ripresa in casa sua, mentre mostra le ecchimosi sul volto e sul braccio e si muove a fatica con le stampelle.
Il servizio tv di Noticias 41 prosegue con le immagini della manifestazione a cui Yoani si stava recando quando è stata bloccata dall'auto della polizia, costretta a salire sulla macchina insieme a Leonardo Pardo, un altro blogger, minacciata e malmenata dagli agenti. Il corteo, organizzato da un gruppo di artisti e blogger indipendenti, si è svolto nella calle 23 del centrale quartiere del Vedado, nella zona tra l'hotel Habana Libre e lo storico cinema Yara. Lungo il corteo si notano numerose persone con i cartelli ("non più violenze"). La manifestazione per le strade del Vedado è un documento eccezionale: dal "periodo especial" dei primi anni '90 quando, con la caduta dell'Urss Cuba era letteralmente alla fame, non si vedevano scene pubbliche di protesta.
I blogger e i rari internauti dell'Avana si erano riuniti alcuni giorni prima, il 30 ottobre, per una riunione legale e autorizzata presso l'Icaic, storico istituto del cinema. Come si vede nella seconda clip, Yoani Sanchez, prevedendo che non l'avrebbero fatta entrare, si è presentata travestita con una parrucca e truccata. Qualcuno che era con lei, armato di un cellulare nascosto, ha ripreso la scena. La blogger è intervenuta, rivelandosi e chiedendo perché si deve conciare così per poter partecipare ed esprimere le sue opinioni di dissidente. La sala è esplosa in un applauso lasciando basiti i rappresentanti ufficiali.
10/11/2009
America Latina, l’ombra di Chávez nelle urne di Cile e Uruguay
L’ombra di Chávez compare anche nel dibattito elettorale uruguaiano. Al ballottaggio, il prossimo 29 novembre, andranno l’ex guerrigliero tupamaro José Mujica - candidato del centrosinistra - e Luis Alberto Lacalle, l’uomo che rappresenterà i due partiti attualmente all’opposizione. Nella descrizione fatta dai suoi oppositori, Mujica viene più volte ritratto come un possibile interprete della linea di Chávez in Uruguay. Il candidato frenteamplista ha risposto ad alcuni imprenditori sul rischio di una eccessiva vicinanza a Chávez e ai coniugi Kirchner dicendo che si sarebbe augurato una maggiore discrezione nella domanda: una risposta aperta “non facilita il compito di chi deve coltivare le migliori relazioni (internazionali) possibili, facendo attenzione all’abbraccio dell’orso”.
8/11/2009
Allucinazioni. Chavez, pronti ad attacco da Colombia.
Il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha oggi chiesto alle forze armate di prepararsi a rispondere ad un'eventuale aggressione armata da parte della Colombia, sottolineando che contro Bogotà e gli Stati Uniti i suoi concittadini "sono pronti a tutto". Intervenendo al programma radio-tv domenicale 'Alò presidentè, Chavez ha tra l'altro fatto proprio il messaggio lanciato qualche giorno fa dall'Avana da Fidel Castro, il quale ha sottolineato che di fatto gli Usa hanno portato a termine "l'annessione" della Colombia tramite la concessione da parte di Bogotà di sette basi nel proprio territorio ai militari Usa. Rivolgendosi ai comandanti dei battaglioni e le milizie, così come ai lavoratori, donne e studenti universitari di Caracas, il leader 'bolivarianò ha sottolineato che "tutti" i venezuelani devono "essere pronti a difendere la patria".
7/11/2009
La follia della doccia e il dittatore. Nonostante Hugo Chavez continui a sperperare centinaia di milioni di euro in inutili armamenti, come aerei, carri armati ed elicotteri, per prepararsi alla guerra che la sua mente ormai ridotta a un gruviera dalla cocaina aspetta da un momento all'altro, dopo aver consigliato ai venezuelani di fare la doccia assieme in gruppo per risparmiare l'acqua, dopo aver consigliato di farle con acqua fredda adesso ha avuto una nuova idea geniale per ridurre i consumidi elettricità:
Dopo aver suggerito "docce lampo e fredde" per risparmiare energia, il presidente venezuelano chiede ai suoi abitanti un altro piccolo sforzo e annuncia misure di controllo da parte del governo per un uso razionale delle risorse del Paese. Dopo le docce lampo, ora anche la lanterna in bagno. Hugo Chavez continua a dare consigli ai venezuelani su come risparmiare, nella vita di tutti i giorni, energia elettrica, esortandoli ad "usare una lanternina quando alle tre del mattino si va in bagno". Il presidente venezuelano, che nelle scorse settimane aveva tessuto le lodi di docce fredde di appena tre minuti per risparmiare acqua ed energia, rilancia la sua campagna per il risparmio energetico, per far fronte alla diminuzione di produzione delle centrali idroelettriche del paese che ha provocato gia' diversi black out a Caracas e in altre città. In una riunione del governo, trasmessa dalla televisione statale, Chavez, che nelle scorse settimane ha detto che sprecare energia è "un crimine", ha invitato poi i proprietari di grandi imprese e soprattutto centri commerciali a generare la "propria energia al 100 per cento". E ha annunciato misure di controllo da parte del governo per assicurare un uso razionale dell'energia da parte di tutti: "Dobbiamo entrare in tutte le imprese, pubbliche e private", ha detto il presidente che ha gia' razionato l'uso dell'aria condizionata. Il presidente ha poi nominato ministro dell'Energia Elettrica, Angel Rodriguez con il compito di applicare politiche per arrivare a una riduzione del consumo del 20%, varando anche una serie di multe per imprese, negozi e abitazioni private 'scoperte' a consumare troppo.
7/11/2009
Yoani Sanchez, la blogger cubana vincitrice di diversi premi internazionali, denuncia di essere stata fermata per venti minuti e maltrattata dalla polizia mentre si stava recando a una manifestazione per la non violenza all'Avana.
La Sanchez, 34 anni, stava andando insieme al blogger Luis Pardo a una manifestazione contro la violenza nel mondo nel quartiere Vedado ma a un certo punto tre agenti sbucati fuori da un'auto nera li hanno costretti a salire a bordo. Una volta in auto gli uomini, di "corporatura possente", hanno gettato dal finestrino la borsetta della blogger.
Yoani Sanchez ha chiesto aiuto ai passanti, spiegando loro che la stavano sequestrando, ma gli agenti hanno subito avvertito la folla: "Questi qui sono controrivoluzionari. Non v'immischiate".
La blogger e il suo collega son stati portati in un'abitazione e lì interrogati.
"Sono stata sequestrata nel peggior stile siciliano, con violenza verbale e fisica", ha raccontato la donna di 34 anni, autrice del blog desdecuba.com/Generacion Y, secondo quanto riporta il quotidiano spagnolo 'El Mundo', precisando di non avere conferme indipendenti all'incidente denunciato dalla Sanchez.
Yoani Sanchez ha vinto numerosi premi per il coraggio mostrato nel suo blog "Generazione Y", nel quale ha criticato duramente il sistema politico cubano. Non ha potuto ritirare i riconoscimenti perché non le è stato permesso di uscire dal suo Paese. E' più conosciuta all'estero che in patria, poichè a Cuba l'accesso a Internet è molto limitato.
27/10/2009
Cuba, l’isola con la rivoluzione addosso
Nella terra di Castro e Che Guevara l’utopia socialista è un murale sbiadito, ma la gente ormai è rassegnata ad andare fino in fondo a questa impresa già fallita
Dal 1958 fino a questa mattina, puntuale, la voce che l’ultimo anno di Castro sia ormai scoccato parte da Miami e fa il giro del pianeta. È una voce che arriva anche all’Avana, ma non ci fa più caso nessuno, perché non c’è tempo, anzi voglia, di dar retta ai vecchi proverbi. Nelle vie del centro storico dell’Avana, nei pressi di uno storico locale hemingwayano, una signora di mezza età si avvicina per dirci, in perfetto italiano, che «la gente è allo stremo, non ce la fa più» e che le privazioni materiali non sono inferiori a quelle morali. «La depressione, l’apatia, sono le malattie del cubano di oggi e la gioventù cresce troppo inquadrata dalla propaganda scolastica per riuscire a pensare un mondo diverso». Il fatto che ci sia un poliziotto su una motocicletta a pochi metri, e che la signora abbia scelto proprio questo posto per la sua tirata, lascia perplessi.
La polizia, come il regime, a Cuba non si vede mai. Sono probabilmente tanti gli agenti in borghese. E i funzionari pubblici, come i vertici del partito, si mimetizzano nella geografia stupefacente dell’Avana. La signora ha finito il suo sfogo e se ne va, ma prima ci lascia il suo indirizzo di posta elettronica, che da queste parti vale quasi quanto un passaporto. Ai cubani non è permesso avere accesso a internet a casa, è un privilegio di poche categorie: i medici ad esempio. Per tutti gli altri c’è un servizio pubblico alla posta, con tanto di coda, una sorta di razionamento telematico in un paese dove quello alimentare è la regola inveterata.
I cubani sono gente tosta, che ha imparato a ricavare dalle privazioni materiali risorse e stimoli alternativi. Campioni a livello mondiale nel baseball, meglio nel béisbol, riescono a stare al vertice malgrado nessun praticante possieda un guantone, una pallina o una mazza per giocare. È come se una nostra stella del calcio fosse diventato campione potendo usare il pallone solo durante gli allenamenti due giorni alla settimana. «L’attrezzatura – dice per strada a Tempi un ragazzo che da un pezzo di legno (verosimilmente un manico di scopa) ha ricavato una mazza e come pallina usa un gomitolo di carta e corda – la tiene l’allenatore al campo sotto chiave». Guanto e mazza hanno prezzi inaccessibili e non si trovano in nessun negozio per cubani. Ma questo non ha impedito alla nazionale dell’isola di vincere titoli mondiali in serie e di esportare fuoriclasse anche nel campionato professionistico Usa. Per la pallavolo – altra disciplina che ha regalato ai cubani qualche soddisfazione – serve una rete e un pallone, ma i ragazzi per le strade fanno a meno della prima e, già che ci sono, non fanno fatica a immaginare anche le linee del campo. È un balletto con tanto di regole e punteggio, un inno alla fantasia così poetico da far sembrare noiosi e spenti i campi regolamentari dei nostri centri sportivi.
Il mondo libero in televisione
I celebri murales che esaltano la rivoluzione e la spronano con frasi eroiche vanno sbiadendo. Anche quelli recentissimi del cinquantesimo anniversario sembrano vecchi di anni. La novità è l’effigie di Raúl Castro, che però è sempre presentata accanto a quella del fratello, a voler comunicare continuità ideologico-familiare al vertice dello Stato dopo il passaggio di consegne dell’estate del 2006. Di fatto non esistono immagini del solo Raúl, e anche i cartelli che i privati espongono nel giardino di casa inneggiano più spesso al 26 luglio 1953 (la data dell’assalto alla caserma Moncada a Santiago) o ai primi cinquant’anni di rivoluzione piuttosto che al nuovo presidente. L’impressione è che la Cuba socialista, persino quella organizzata nei quadri del regime, non sembra vivere nello spettro della fine del castrismo; né tanto meno la gente comune. I cubani hanno una fortissima identità sulla quale la rivoluzione ha sovrapposto col tempo un mantello di socialismo patriottico, dove l’aggettivo è più importante del sostantivo. Se fino a qui il socialismo è stato il duro prezzo da pagare per mantenere l’isola indipendente dal gigante americano, in molti ancora pensano che è stato un prezzo necessario. Non è detto che l’eventuale rinuncia al socialismo in futuro significherà la vittoria dozzinale del consumismo capitalistico. Il cubano della capitale è istruito e quello appena fuori dall’Avana è generalmente un cow-boy a cavallo, con speroni e sigaro in bocca, un campesino dal forte senso pratico e dall’indolenza caraibica. Figlio della terra, membro di una famiglia contadina ma alfabetizzata dal regime, non ha l’aria di voler barattare cavallo e cappello con una Ford.
L’Occidente arriva a Cuba, ad esempio, attraverso la televisione: la Cnn è visibile in inglese e in spagnolo da qualsiasi televisore, non solo da quelli dei villaggi turistici all-inclusive nei quali non sembra nemmeno di essere a Cuba. Tuttavia si direbbe che le lusinghe del mondo libero non riescano a influenzare i cubani più della propaganda del regime sulla crisi del capitalismo. C’è un fatalismo generalizzato che accomuna chi si impegna a difendere la rivoluzione e chi se la lascia vivere addosso.
«È che non possiamo fare niente»
Certo, la birra si può pagare solo in pesos convertibili, i Cuc, cioè la moneta in mano ai turisti che vale quasi un euro. Il peso che hanno a disposizione i cubani serve solo per gli spacci del razionamento e qualche isolato negozio. Alcuni anziani passano le ore calde del pomeriggio di Santiago all’ombra di un parco pubblico e parlano a Tempi delle loro pensioni. Non arrivano a 10 euro, e gli stipendi medi sono di poco superiori, quando una semplice birra a Cuba costa quasi un euro. «Non è che non vogliamo fare niente», confessa uno del gruppo. «È che non possiamo fare niente».
Si dice che sarà Santiago, all’estremo est dell’isola, a dare l’ultimo riposo a Fidel, nel cimitero nazionale cubano che già ospita le spoglie del grande eroe nazionale: José Martí. Fidel probabilmente giacerà qui accanto ai compagni che sono rimasti uccisi il 26 luglio 1953 nell’assalto alla Moncada, in un sobrio monumento funebre che ricorda l’inizio della storia rivoluzionaria. È un dettaglio, questo, che rivela come il filo rosso della rivoluzione cubana sia esile ma resistente. Un’impresa che la gente, per rispetto, sembra decisa a vivere fino in fondo, senza turbare gli ultimi giorni del “grande libertador”, l’eroe della Baia dei porci (playa Giron per i cubani), che molte pecche ha accumulato negli anni, ma resta pur sempre il padre della nazione. Dal giorno dopo si vedrà.
26/10/2009
La sorella di Fidel Castro rivela
"Negli anni 60 collaborai con la Cia"
La più piccola dei fratelli Castro, Juanita - 76 anni - presentando il suo libro di memorie, ha rivelato un particolare della sua esperienza di dissidenza nel cuore della famiglia che governa Cuba. "Negli anni 60 fui avvicinata da una persona che mi consegnò un messaggio della Cia. Avevano cose interessanti da dirmi e cose da chiedermi - racconta - e mi domandarono se fossi disposta a correre il rischio di parlare con loro". Alla fine, confessa, "ero scioccata, ma dissi di sì. Fu l'inizio di una lunga collaborazione con il nemico numero uno di Fidel Castro, la Cia".
Juanita Castro è da circa 40 anni in esilio a Miami, da dove ha sempre espresso con chiarezza la propria assoluta distanza dal regime nelle mani dei suoi due fratelli maggiori. La rivelazione c'è stata davanti alle telecamere di una Tv in lingua spagnola, Univision Noticias 23, proprio alla vigilia dell'uscita del suo libro di memorie sui suoi due celeberrimi fratelli, Raul e Fidel, scritto assieme alla giornalista messicana Maria Antonieta Collins. Il libro ha per titolo: "Fidel e Raul, i miei fratelli. La storia segreta".
Dopo un'iniziale adesione e supporto alla politica di fidel Castro, nel 1959, quando la Rivoluzione cubana cacciò da Cuba il dittatore Fulgencio Batista, Juanita Castro cominciò a disilludersi rispetto al modo in cui suo fratello maggiore stava portando cuba verso il comunismo.
"I dubbi vennero fuori quando cominciai a vedere tante ingiustizie", ha affermato Juanita durante l'intervista televisiva, assieme alla Collins, ed ha aggiunto di aver dato rifugio e aiuto, nella sua casa dell'Avana, a chi era perseguitato dal governo di Castro. "La mia attività contro il regime a Cuba cominciò a diventare molto delicata", ha detto ancora Januita.
"Nel corso dei tre anni che vanno dal '61 al '64 - ha poi aggiunto la Collins - rischiando la vita, Juanita lavorò a lungo per aiutare i suoi compatrioti a lasciare l'isola, durante il suo esilio a Miami". Ma la giornalista non ha poi aggiunto altri particolari.
Janita Castro che ha lavorato tranquillamente per tre decenni a Miami, fino al 2006. L'ultima volta che ha avuto contatti con suo fratello Fidel fu, nella sua casa dell'Avana, nel 1963, quando la loro madre Lina Ruz Gonzales morì per un infarto.
Con l'altro fratello Raul, invece, l'ultimo contatto lo ebbe nel 1964, il giorno precedente la sua partenza per l'esilio a Miami. L'ex leader cubano, Fidel Castro - 83 anni - Former leader Fidel Castro, 83, l'anno scorso ha passato la presidenza di cuba a suo fratello Raul, che di anni ne ha 78.
18/10/2009
Quando i comunisti mangiavano (per davvero) i bambini.
Si consiglia allora la lettura del capitolo sulla rivoluzione culturale della mirabile biografia Mao la storia sconosciuta (Longanesi, Milano 2006) della grande scrittrice cinese Jung Chang, scritta in collaborazione con Jon Halliday - una lettura obbligatoria nonostante la mole (960 pagine) per chiunque voglia capire il comunismo cinese -, che rimanda a un'opera, purtroppo mai tradotta in italiano, del dissidente cinese Zheng Yi, Scarlet Memorial: Tales of Cannibalism in Modern China, pubblicata nel 1996 negli Stati Uniti dall'autorevole Westview Press.
Dopo la morte di Mao, senza troppa pubblicità, alcune commissioni d'inchiesta indagarono sulle atrocità della rivoluzione culturale. Una lavorò nel 1983 sulla contea di Wuxuan. Lo stesso Zheng Yi, un giornalista comunista che aveva militato nelle Guardie Rosse, fu inviato da un giornale di partito di Pechino con lettere di accreditamento ufficiale che invitavano le autorità locali a mettersi a sua disposizione per un'inchiesta. All'epoca, Deng Xiao Ping (1904-1997), che al tempo della rivoluzione culturale era stato estromesso dalla dirigenza del partito, malmenato e mandato a lavorare in una fabbrica di trattori di provincia, dove era sfuggito per miracolo a un tentativo di assassinio, era diventato il padrone della Cina e aveva interesse sia a screditare la "banda dei quattro" che aveva promosso gli eventi del 1966, sia a far filtrare qualche cauta critica allo stesso Mao Tse-tung che non lo aveva certamente protetto.
Regnante Deng Xiao Ping, s'indaga sugli eccessi della rivoluzione culturale e migliaia di militanti che si sono resi colpevoli di atrocità sono incriminati. Il lavoro dei tribunali sembra serio, e molti vedono una franca indagine su questo orribile passato come il preludio all'inevitabile democratizzazione. Ma la classe dirigente del Partito Comunista Cinese e lo stesso Deng la pensano diversamente. La repressione del movimento degli studenti in Piazza Tiananmen nel 1989 segna la fine della breve primavera di speranze democratiche in Cina.
Dopo Tiananmen, il regime si chiude su se stesso. Su Mao, responsabile secondo Jung Chang di settanta milioni di morti, si applica la "regola delle dieci dita" : nove dita, insegnano i libri di scuola cinesi, lavoravano per il bene del popolo
una sfuggiva al controllo e deviava. Come ricordano Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nella loro recente summa storica sulla rivoluzione culturale, Mao's Last Revolution (Harvard University Press, Cambridge [Massachusetts], 'altra opera indispensabile nonostante la mole (oltre 600 pagine) - gli storici cinesi e stranieri che indagano sulle atrocità, fino ad allora incoraggiati dal regime di Deng, improvvisamente trovano ostacoli. Gli archivi, che si erano miracolosamente aperti, si chiudono. Le istruttorie sono concluse frettolosamente e le condanne sono sorprendentemente lievi: meno di cento condanne a morte in tutta la Cina - un Paese che ha il record di pene capitali nel mondo, applicate anche a reati che non implicano la perdita di vite umane - per i massacri di massa della rivoluzione culturale, pene da cinque a quindici anni per i responsabili di autentici eccidi.
Rieducare i rei. Mangiandoli
Un dramma nel dramma è quello costituito da una forma di cannibalismo che un sociologo non può non chiamare rituale, dove i "nemici del popolo" sono mangiati in adunate di massa, un fatto che in questa forma non ha precedenti neppure nella storia del comunismo. Gli archivi non sono più aperti ma molti documenti esistono ancora. A Zheng Yi dopo Tiananmen è vietato di pubblicare il suo libro in Cina. Ma riesce a farlo pubblicare a Taiwan prima di fuggire, ormai da ex-comunista, negli Stati Uniti. Scarlet Memorial resta così un monumento alle vittime di una delle peggiori atrocità del secolo XX, anche se l'indagine riguarda solo alcune prefetture, in particolare quella di Wuxuan, nella provincia sud-occidentale di Guangxi. Come riassume Jung Chang, a Wuxuan (e non solo lì) "nelle adunate di denuncia, il pezzo forte del regime maoista, veniva praticato il cannibalismo. Le vittime venivano macellate e alcune parti scelte dei loro corpi, il cuore, il fegato e talvolta il pene asportate, spesso prima che i poveretti fossero morti, cucinate sul posto e mangiate in quelli che all'epoca erano chiamati ‘banchetti di carne umana'". Nel solo Guangxi, Zheng Yi calcola in almeno 10mila il numero dei "cannibalizzati".
Il caso del Guangxi è particolarmente clamoroso - e ha suscitato dopo la rivoluzione culturale il maggiore interesse a Pechino, con inchieste e processi - ma è certo che, forse non sulla stessa scala, il cannibalismo rituale comunista abbia celebrato i suoi orrendi fasti anche in altre province della Cina. L'aspetto straordinario delle vicende del Guangxi nasce però dal fatto che tutto è documentato non da una propaganda anticomunista, ma da inchieste e processi promossi all'epoca di Deng dallo stesso Partito Comunista Cinese.
Ove si legessero questi testi, alcuni potrebbero ripensare alla loro reazione indignata quando in campagna elettorale Silvio Berlusconi parlò di cannibalismo nella Cina di Mao. Romano Prodi chiese scusa alla Cina, e anche qualche pavido alleato parlò di esagerazioni. La stessa difesa dei sostenitori di Berlusconi su qualche giornale era incompleta: si riferiva ai casi di cannibalismo nell'epoca precedente del Grande Balzo in Avanti, dovuti alla fame, non all'ideologia, anche se la fame era stata provocata dalle dissennate riforme di Mao. L'unicità - anche rispetto ai casi della Russia staliniana descritti nel recente volume L'île aux cannibales dello storico Nicolas Werth (Perrin, Parigi 2006), dove certo erano le guardie a mangiare i detenuti e non viceversa, ma non è che avessero molto altro da mangiare - degli episodi documentati da Zheng Yi e Yung Chang sta nel fatto che nella Cina della rivoluzione culturale nessuno moriva più di fame come negli anni 1950. I "banchetti di carne umana" non miravano a placare la fame, ma erano definiti "dimostrazioni esemplari di eliminazione", il cui scopo era terrorizzare ogni potenziale dissidente e infliggere al "nemico", cioè a chiunque la pensasse diversamente da Mao, e ai suoi figli, un trattamento che mostrasse a tutti che il regime non li considerava persone umane.
L'idea di "nemico" era molto ampia. Non erano "cannibalizzati" solo quanti erano stati iscritti a partiti diversi da quello comunista o erano discendenti di proprietari terrieri. Le stesse Guardie Rosse si erano divise in una "grande fazione" e in una "piccola fazione", e Mao stesso giocava sullo scontro per controllare meglio il movimento. Quando Mao si schiera decisamente con la "grande fazione" centinaia di membri delle Guardie Rosse, fedelissimi del "Grande Timoniere", sono a loro volta cannibalizzati. Zheng Yi considera l'aspetto allucinante della sua inchiesta non il fatto che bambini (la cui carne è considerata più tenera e gustosa) siano mangiati di fronte ai genitori (e viceversa) e donne orrendamente torturate prima di finire sul tavolo dei "banchetti di carne umana", né che il cuore e il fegato dei "cannibalizzati" siano conservati per anni sotto sale per essere consumati più tardi quali prelibatezze dotate anche di presunti poteri curativi. No: quello che lo sconvolge è che - quando si trattava di Guardie Rosse della "piccola fazione" - queste si facessero macellare o strappare brandelli di carne mentre erano ancora vive gridando "Viva il Partito" o "Viva Mao", convinte che il Grande Timoniere ignorasse o disapprovasse le atrocità. E invece - sul punto il libro di MacFarquhar e Schoenhals è implacabile quanto quello di Jung Chang - Mao non solo sapeva ma organizzava il terrore fino ai suoi limiti più estremi, nell'ambito di una complessa manovra per conservare un potere assoluto che gli sembrava minacciato.
Ci sono stati altri casi di cannibalismo - come si è accennato, nei GULag siberiani e nella stessa Cina delle grandi carestie - nella storia di morte del comunismo. Ma quello della rivoluzione culturale è l'unico dove la fame non c'entra, non può essere invocata per fornire una qualunque difficile giustificazione. No: si mangiavano i bambini - e gli adulti, le donne, i vecchi - non per necessità alimentare, ma per celebrare un rito politico con toni a loro modo "religiosi". Gli unici precedenti - ma su scala numerica assai più ristretta - li troviamo nel cannibalismo ai danni dei rivoltosi cattolici vandeani praticato dalle più fanatiche truppe della Rivoluzione francese e documentato dallo storico francese Reynald Secher. Appurato che i comunisti mangiavano per davvero i "nemici di classe", bambini compresi, speriamo che non ci si indigni più quando Mao è dipinto per quello che era: il maggiore assassino della storia, responsabile di 70 milioni di morti. E non si stupisca se "comunista" resterà, per molti e per sempre, una parola che odora di tortura, di strage e di sangue.
15/10/2009
Primi passi verso la libertà, internet sbarca a Cuba.
L'amministrazione Obama annuncia un accordo con una telcom cubana con sede a Miami. Il cavo sarà lungo 177 chilometri. Così l'Havana si prepara alla banda larga
Il Dipartimento del Tesoro statunitense deve ancora confermarlo ufficialmente, ma sembra che TeleCuba abbia ottenuto il sì da parte dell'Amministrazione di Barack Obama, con il fine ultimo di tagliare in maniera netta i costi telefonici e rendere Internet decisamente più accessibile al popolo cubano. Un cavo per una connettività senza embargo, progressivamente allentato dal governo degli Stati Uniti per assicurare alle telco dell'isola la possibilità di stringere accordi su banda larga e roaming internazionale. TeleCuba è in attesa del permesso da parte delle autorità cubane, prima di iniziare a tendere quello che sarà un cavo di circa 110 miglia (177km circa), decisamente più corto di quello annunciato dal Venezuela, che andrebbe a sfiorare i 1600km. Luis Coello, CEO dell'azienda con sede a Miami, ha parlato di una probabile gara con gli operatori venezuelani, evidentemente convinto di avere un grande vantaggio competitivo, a partire da un investimento privato totale di 18 milioni di dollari contro i 70 previsti dal governo di Chavez. Il cavo dovrebbe essere ultimato alla metà del 2011, capace di trasportare dati alla velocità di 8/10 terabit al secondo, cioè quella necessaria a gestire 160 milioni di telefonate contemporaneamente. La strada che verrà battuta da TeleCuba è la stessa di un vecchio cavo telefonico in rame risalente agli anni '50, esattamente da Key West a Cojimar, sobborgo est di L'Havana.
"Il cavo sarà il primo nel suo genere", ha spiegato Virginia Hoffman di Great Eastern Group, a capo del progetto di costruzione e sviluppo della fibra: "Non si tratterà soltanto di un cavo commerciale - chiosa Hoffman - TeleCuba ha stipulato degli accordi secondo cui ci saranno dei nodi lungo il percorso il cui accesso sarà solo appannaggio dello sviluppo della ricerca universitaria".
13/10/2009
Niente premio per Yoani Sanchez
"Non può uscire da Cuba"
Yoani non esce. Per la quarta volta consecutiva nel giro di poco più di un anno la blogger cubana ha affrontato la complessa e umiliante procedura che i cittadini cubani devono sopportare per ottenere un permesso di uscita (e di rientro) dal governo dell'isola. E per la quarta volta consecutiva le è stato negato senza spiegazione alcuna.
La Sanchez era stata invitata a New York dove domani avrebbe dovuto ricevere alla Columbia University il premio giornalistico intitolato a Maria Moors Cobot. "Me lo aspettavo - ha detto la blogger al Miami Herald - ma sono andata lo stesso al ministero degli Interni a chiedere se potevo viaggiare o no. E un ufficiale del Ministero mi ha detto che la mia richiesta era stata respinta e che "per il momento" non potevo uscire dall'isola". Ironicamente, sempre al Miami Herald, la Sanchez ha commentato che "si tratta di "un momento" ormai molto lungo".
Il visto d'uscita è stato negato a Yoani Sanchez per la prima volta nel maggio del 2008, un anno dopo la nascita del suo blog "Generacion Y" nel quale racconta la vita quotidiana all'Avana, quando era stata invitata a Madrid dal quotidiano El Pais come vincitrice del Premio Ortega y Gasset. Qualche mese dopo venne invitata a Ferrara, al Festival di Internazionale, ma anche in quella occasione non le venne concesso il permesso di viaggiare. Quest'anno, prima della Columbia, la Sanchez era stata invitata in Brasile dalla Fondazione dell'ex presidente Fernando Henrique Cardoso, per parlare del suo libro, "Cuba Libre" (pubblicato anche in Italia). Quest'ultimo rifiuto arriva mentre al Congresso Usa si inizia a discutere la possibilità di abolire il divieto di viaggiare a Cuba che riguarda tutti i cittadini americani. Divieto morbido visto che viene facilmente eluso con un triangolazione: basta viaggiare dagli Stati Uniti prima verso un altro paese e poi a Cuba (evitando di farsi stampare il timbro sul passaporto). Ma comunque divieto che ha impedito a milioni di americani di recarsi sull'isola. I favorevoli all'eliminazione del divieto sostengono che avrebbe un grande impatto positivo nelle relazioni tra i due paesi perché almeno un milione di turisti ogni anno si recherebbe sull'isola costringendo anche il regime dei fratelli Castro a fare qualche concessione.
Dietro il progetto di legge che vuole liberalizzare i viaggi degli americani a Cuba ci sono anche grandi interessi a cominciare dalle multinazionali dell'agricoltura che vedono nell'isola un nuovo e promettente mercato per i loro prodotti. Tra i firmatari ci sono l'ex segretario di Stato, George Shultz e anche l'ex governatore del New Mexico, Bill Richardson, mentre un recente sondaggio sostiene che oltre il 60 per cento degli americani vuole l'abolizione delle restrizioni sui viaggi verso l'isola.
13/10/2009
Cuba è in ginocchio e non gli resta che arrendersi, ogni cubano dovrà lavorare sul serio se vorrà vivere, il socialismo reale cubano perde un pezzo fondamentale, finisce l'era della libretta di razionamento.
Perfino Raùl Castro sembra non crederci più e affida a Lázaro Barredo Medina, direttore dell’organo ufficiale del partito comunista, l’ingrato compito di comunicare alla nazione che il sogno socialista è agli sgoccioli.
Perfino Raùl Castro sembra non crederci più e affida a Lázaro Barredo Medina, direttore dell’organo ufficiale del partito comunista, l’ingrato compito di comunicare alla nazione che il sogno socialista è agli sgoccioli. Il sistema delle tessere annonarie, che permette ai cubani di comprare prodotti a prezzi fortemente sovvenzionati, è sempre stato uno degli elementi centrali del sistema economico-egualitario partorito dal compañero Fidèl nei primi anni sessanta del secolo scorso. Sono state anche il simbolo del taglio delle differenze sociali visto che ogni cubano, per il solo fatto di esistere, aveva diritto alla sua razione K di cibo descritta nel menu della magica tesserina. Poca roba, ma quanto è bastato – negli anni – a produrre effetti facilmente prevedibili, e cioè la demotivazione dei cubani a darsi da fare non tanto per avere di più o per vivere meglio, ma anche per il più modesto scopo di sopravvivere.
SEGUNDA REVOLUCIÓN – L’inversione della trionfale marcia verso il radioso avvenire è stata annunciata al popolo dalle colonne di Granma nei giorni scorsi. Non che ci sia ancora nulla di impegnativo, ma l’autorevolezza della fonte lascia presagire che, tra non molto, l’Isola del Paradiso si consegnerà all’odiato nemico capitalista. “La tessera annonaria è stata necessaria a suo tempo” – dice Medina – “ma ora sta diventando un ostacolo per le decisioni che la nazione deve prendere”. Da un organo di partito non ci si poteva aspettare una sconfessione totale, ma il destino della “libreta de abastecimiento” sembra segnato. “Certamente” – prosegue Medina – “non si può rinunciarvi per decreto e va garantito l’accesso ai beni primari a coloro che hanno scarso reddito, ma tutti devono essere incoraggiati a lavorare di più ed essere premiati secondo i risultati ottenuti”. Probabilmente, non appena avrà letto questo necrologio, a Gianni Minà gli piglierà un colpo e getterà nella spazzatura tutte le magliette con la faccetta di Che Guevara, ma a Cuba se ne faranno una ragione. A meno che non siano proprio i cubani a prenderla peggio.
FINE DELLA FIESTA – Secondo quanto riferiscono i pochi che hanno riportato la notizia, le reazioni a Cuba non sono state tutte di entusiastica adesione. “Sono nata e cresciuta sotto la rivoluzione e non ho idea di cosa sarebbe disponibile ad acquistare sul mercato libero”, dice una scettica Silvia Alvarez, 50 anni. “Mi sembra che in questi tempi critici dobbiamo tenerla almeno per un altro po’ di tempo.” Ma il problema è che sono proprio i tempi critici che hanno convinto la nomenclatura caraibica che il sistema non possa più reggere. La crisi globale, infatti, ha picchiato duro anche da quelle parti e lo Stato non ce la fa più a coprire il disavanzo tra quanto paga i prodotti all’estero e quanto chiede in pagamento ai propri sudditi. E non è soltanto colpa dell’embargo o dell’isolamento o delle cattiverie altrui: a questi va aggiunta la crisi endemica e strutturale di un sistema economico in caduta verticale, sovra sovvenzionato e ai cui destini i “lavoratori” sono interessati poco o punto. In più a complottare contro Cuba ci si è messa anche Madre Natura che, nell’ultimo anno, ha inviato su quelle coste tre uragani devastanti.
SEMBRA FACILE – Ora, al di là del fatto che non sia nemmeno del tutto incomprensibile che la gente non abbia fretta di buttarsi a capofitto nel meraviglioso mondo del libero mercato, passare dalle parole ai fatti non sarà semplicissimo, come ricorda Antonio Jorge, ex pupillo di Castro (quello vero), oggi Professore alla Florida University. Posto che Jorge ha sempre considerato le proposte di riforma di Raùl come operazioni di propaganda, stavolta ha le sue buone ragioni per essere perplesso. In effetti, abolire contemporaneamente la doppia valuta e far sparire le tessere annonarie non sembra un’idea troppo intelligente. Se queste iniziative fossero realmente messe in pratica, Cuba si troverebbe ad affrontare uno shock da inflazione senza precedenti e non c’è bisogno di un Nobel dell’economia per immaginarsi il probabile terremoto sociale che ne deriverebbe. Se la fatica a sbarcare il lunario si trasformasse improvvisamente nell’impossibilità a farlo, la situazione potrebbe sfuggire di mano e magari a qualcuno potrebbe venire la malsana idea di presentare il conto ai barbuti rivoluzionari.
E ALLORA? – Purtroppo per i Castro Brothers non esistono grandi alternative. Cuba spende più di un miliardo di dollari l’anno per calmierare i prezzi alimentari, ma, nonostante l’enormità dello sforzo economico, il livello di povertà è altissimo e la gente a fine mese fa sempre più fatica ad arrivarci. Probabilmente, come scrive Medina, è giunto il momento di dare una scossa ad un popolo anestetizzato da oltre mezzo secolo di assistenza paternalista. “La justicia social no es el igualitarismo, es la igualdad de derechos y oportunidades, es en el socialismo la distribución bajo el principio “de cada cual según su capacidad, y a cada cual según su trabajo” [“La giustizia sociale non sta nell’egualitarismo, ma nell’uguaglianza di diritti e di opportunità, e nel socialismo vale il principio di distribuzione: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro”]. Con un poco di sforzo possiamo pure arrivare al concetto di merito, ma – da bravi italiani – ci risparmiamo lezioni sull’argomento. Quello che è più difficile pensare è che qualcuno della famiglia Castro possa mettersi al comando di una rivoluzione il cui fine ultimo sarebbe quello di smantellare la precedente, vale a dire quella che porta il loro impegnativo cognome. Tuttavia, a Cuba c’è anche qualcuno che comincia a rassegnarsi all’idea che nessuna fantasia regge al confronto con la realtà. “Se non si lavora, non si mangia”, dice una pensionata da 10 dollari al mese. Qui da noi non si fa l’amore, ma ogni popolo ha le sue motivazioni. E sempre Caridad ammette: “La gente deve capire che è sta a loro di provvedere alle loro famiglie, proprio come nel resto del mondo. Niente cade dal cielo, fuorché la pioggia.” Come nel resto del mondo, tranne a Cuba. Ma per quanto ancora?
3/10/2009
Povero Honduras: ci mancavano solo i chavisti neonazisti
“A volte mi chiedo se Hitler non avesse ragione nel volere farla finita con questa razza, con il celebre Olocausto”. Indovinate chi ha pronunciato qualche giorno fa questa frase?
No, non si tratta di qualche nostalgico di estrema destra bensì di un gentile signore honduregno, tal David Romero, professione direttore di Radio Globo. Già, proprio l’emittente radiofonica fatta chiudere lunedì scorso dal governo golpista di Roberto Micheletti perché accusata di incitare alla violenza.
A differenza di quanto accaduto in Venezuela negli ultimi mesi, dove le radio chiuse sono state 34 e 29 lo dovrebbero essere presto perché critiche nei confronti del presidente Hugo Chávez, nel caso honduregno, dopo la chiusura di Radio Globo, quasi tutti i media - compreso quelli per cui collabora il sottoscritto - hanno denunciato la deriva dittatoriale della giunta Micheletti ma nessuno si è soffermato su frasi come “se c’è gente che danneggia questo paese sono i giudei o israeliti”, altra perla di pensiero del signor Romero il cui intervento, per chi avesse lo stomaco e capisse lo spagnolo, può ascoltare integralmente ciccando qui.
Io l’ho scoperto ieri e sentendolo mi sono fatto un quadro più chiaro di chi stiamo parlando. Nei primi giorni da ospite nell’ambasciata brasiliana (occupata da lui, dalla moglie e da una sessantina fra supporter e bodyguard) Zelaya - un ex grosso terrateniente honduregno di destra folgorato sulla via di Caracas (e del suo petrolio) - aveva accusato l’esistenza di un “complotto giudaico” per ucciderlo con gas e radiazioni ad alta frequenza. Incredibilmente ci sono stati giornalisti che hanno dato credito a questa versione.
Nessuno ha però pensato all’antisemitismo crescente della rivoluzione bolivariana di Chávez, il vero protettore di Mel Zelaya.
“Voglio dire nome e cognome dei due ufficiali dell’esercito giudeo che stanno lavorando che sono incaricati di portare avanti tutte queste attività di cospirazione?” ha continuato David Romero che, non soddisfatto, ha ripetuto quanto segue: “Dopo essermi informato mi chiedo perché non abbiamo lasciato che Hitler finisse la sua missione storica … Credo che sarebbe stato giusto e corretto che Hitler avesse terminato la sua missione storica”. Secondo voi una radio che ha un direttore che fa questi ragionamenti incita alla violenza o no?
28/9/2009
Nella vita segreta di Fidel
ci sono anche 10 figli
Molte relazioni sono sempre rimaste nell'ombra. La sua prole si è impegnata a restare lontano dal potere cubano
Per descrivere le imprese rivoluzionarie di Fidel Castro sono stati versati fiumi d'inchiostro. Ma fino ad oggi poco si sapeva della sua vita privata e soprattutto su quanti fossero i suoi figli. Finalmente il libro Without Fidel (Senza Fidel), scritto dalla giornalista statunitense Ann Louise Bardach e che sarà pubblicato nei prossimi giorni negli Usa dalla casa editrice Scribner, svelerebbe l'arcano. Nella sua vita d'amatore, El Comandante avrebbe sedotto decine di donne e oggi avrebbe almeno 10 figli. L'ultima fatica letteraria della Bardach, presentata in anteprima dal britannico "Daily Telegraph" racconta non solo la lunga carriera politica di Fidel e di suo fratello Raul, ma anche numerosi particolari della vita intima dell'ex dittatore cubano.
LA PROLE - Il primo figlio del rivoluzionario cubano si chiama Fidelito ed è nato nel 1949 quando Castro era ancora sposato con la prima moglie Myrta Diaz-Balart. Altri cinque bambini sono nati tra il 1962 e il 1974 dall'unione tra Fidel e Dalia Soto del Valle, donna che avrebbe sposato segretamente solo nel 1980 e che sarebbe apparsa in tv al suo fianco solo nel 2003. Questi i figli nati dalle unioni ufficiali. Ma Castro avrebbe avuto anche numerose relazioni "clandestine". Solo nel 1956 sarebbero nati tre figli illegittimi da altrettante relazioni "non ufficiali": la prima con Natalia Revuelta, aristocratica cubana, diventata in seguito una pasionaria della rivoluzione, che avrebbe partorito una bambina di nome Alina Fernandez. La seconda con una ragazza misteriosa che avrebbe partorito il secondo figlio illegittimo di Castro chiamato Panchita Pupo. Infine sempre nel 1956 Maria Laborde,
donna che ebbe una veloce storia d’amore con Fidel all'indomani dalla sua liberazione dal carcere, diede alla luce Jorge Angel. Da un altro flirt, nel 1960, sarebbe nato il decimo figlio di Castro, chiamato Ciro in onore di un martire della revolución la cui vera madre sarebbe sconosciuta ai più. Ciro, che secondo quanto narra la Bardach assomiglia a una "star del cinema" avrebbe gli occhi verdi e la carnagione scura. Dopo aver studiato educazione fisica al college, si sarebbe sposato con una piccola funzionaria del partito e vivrebbe in un sobborgo di L'Avana. Ma la prole di Fidel potrebbe non fermarsi qui. Secondo le confessioni di un disertore cubano che prima lavorava nei servizi segreti del paese caraibico, un altro figlio di Castro sarebbe nato nel 1970 dall'ennesima relazione clandestina.
LA MALATTIA - Fidel nel corso della sua vita avrebbe fatto di tutto per nascondere le sue avventure extraconiugali e i suoi figli hanno rispettato il padre mantenendo sempre un basso profilo. Secondo il racconto della Bardach nessuno dei figli di Castro prenderà in futuro le redine del potere. Il più accreditato a succedere a Raul è il quarantatreenne Alejandro, figlio di quest'ultimo, già colonnello e "stella nascente nel Ministero degli Interni". Il libro si sofferma anche sulla malattia che negli ultimi anni ha colpito Fidel e le sofferenze patite dall'ex dittatore. L'orgoglioso Castro, narra la scrittrice, in un primo momento avrebbe rifiutato un intervento chirurgico che lo avrebbe obbligato a vivere un lungo periodo della degenza con una sacca di plastica attaccata al suo corpo. Decise di sottoporsi a un'operazione più pericolosa che però gli garantiva, una volta guarito, totale indipendenza. Purtroppo l'intervento fallì e Fidel fu quasi ucciso da una grave infezione intestinale. A questo punto l'ex dittatore accettò l'intervento chirurgico standard, ma rimase molto affranto: "Fidel piangeva diverse volte al giorno" ha confessato alla scrittrice una fonte anonima che lavorava nello stesso ospedale dove Fidel fu operato. "Era davvero distrutto". Nei mesi successivi l'ormai ottantatreenne rivoluzionario perse circa 20 kg.
19/9/2009
Venezuela: Scheda Paese
La situazione politica interna è determinata dal raggiungimento della via al “Socialismo del XXI secolo” attraverso la rivoluzione bolivariana voluta dal Presidente Chávez. La gestione del potere del presidente venezuelano è stata caratterizzata dall’uso dei sistemi democratici per consolidare e aumentare il suo potere attraverso le elezioni politiche (1998, 2000, 2006), i referendum (1999, 2004, 2009), le elezioni regionali (2004, 2008) e perfino quando ha perso il referendum del 2007. Per consolidare il suo potere, tuttavia, il presidente Chávez in tutti questi anni ha proposto una militarizzazione del contersto interno, dando una funzione sociale alle forze armate, assegnate anche a dirigere uffici civili e a combattere il narcotraffico. Nel maggio 2008 è stata riformata l’Intelligence, ed è stata messa sotto il diretto controllo del Presidente venezuelano. Queste riforme hanno permesso al Presidente Chávez di controllare meglio le istituzioni pubbliche.
La scarsa equità nella distribuzione della ricchezza aggiunta all’inefficienza dei settori pubblici e privati porta il 40% della popolazione a vivere con meno di 2 dollari statunitensi al giorno. Il governo in un ottica bolivariana, insieme al Ministerio del Poder Popular para la salud y Protecion Social (Ministero della Salute e della Protezione Sociale) con il supporto del Banco Interamericano de Desarollo hanno sviluppato nel corso degli anni alcuni programmi sociali di aiuto per gli strati della popolazione più povera, questi programmi si chiamano “misiones bolivaristas”, e vengono maggiormente sostenuti proprio nei periodi di campagna elettorale per avere il consenso della popolazione più povera ed emarginata.
Il Venezuela è un Paese fortemente dipendente dai redditi del petrolio, che sono circa il 50% dei redditi del bilancio federale e circa il 30% del GDP. Il Paese è anche ricco di risorse agricole che però non vengono sfruttate, imponendo una dipendenza stimata al 30% delle importazioni di prodotti agro-alimentari, rispetto alla totale autosufficienza registrata fino a pochi anni fa. I principali investitori che hanno destinato i loro capitali in Venezuela, principalmente nei comparti manifatturiero, commercio, trasporti, costruzioni, comunicazioni, servizi comunali sono: USA, Spagna, Repubblica Popolare Cinese, Isole Vergini Britanniche, Panama. Il Venezuela per quest’anno ha aumentato del 22% il budget necessario allo stato per far fronte ai piani di sviluppo nazionale. Il venir meno degli esorbitanti ricavi del petrolio, raggiunti nell’estate del 2008, produce così un effetto pesante. Soprattutto se si considera che la compagnia di stato PDVSA (Petroleos de Venezuela SA) non riesce a far fronte ai debiti che ha contratto con le aziende straniere operanti nel territorio. Negli anni scorsi, l’economia venezuelana è stata alimentata dagli alti prezzi del petrolio, con un incremento del PIL di circa il 9% nel 2006, dell’8% nel 2007 e di quasi il 6% nel 2008. Tuttavia, l'inflazione ha continuato a crescere di circa il 22,5% nel 2007 e del 30,9% nel 2008.
Il presidente Chavez nell’ultimo anno ha continuato gli sforzi per aumentare il controllo del Governo sull’economia, nazionalizzando le imprese nel settore del cemento e dell’acciaio. Il Paese sudamericano è il quinto produttore mondiale di idrocarburi, per cui nel campo energetico e non solo ha rapporti commerciali con tutte le grandi potenze mondiali (USA, RPC, Russia, Iran, Giappone). Gli USA sono un importante partner commerciale per il Venezuela: il 42% delle esportazioni e il 26% delle importazioni sono il valore di questo legame. Numerose Joint Venture sono state create tra il Venezuela e l’Iran, in settori come quello dell’energia, dell’agricoltura, delle infrastrutture, per raggiungere l’ammontare di circa 4 miliardi di dollari investiti nel Paese da aziende iraniane alla fine del 2008. Tra la RPC e il Venezuela è stato raggiunto un accordo che ammonta a 4 miliardi di dollari alla compagnia nazionale PDVSA per un graduale ma progressivo incremento delle forniture di 500.000 barili al giorno programmate per il 2009. Ed un ammontare di circa il triplo stimato entro il 2012. Tra Russia e Venezuela ci sono dei rapporti commerciali molto stretti, le multinazionali russe dell’energia Gazprom, Lukoil, TNK-BP, Rusal operano già in Venezuela. E’ stata inaugurata una banca bi-nazionale russo-venezuelana con lo scopo di sostenere i progetti comuni. La Russia offre al Venezuela la possibilità di usufruire del trasferimento di tecnologia in settori chiave come quello dell’agricoltura, dell’industria e del nucleare, e accordi commerciali per la vendita di equipaggiamenti militari russi al Venezuela per 4,4 miliardi di dollari. C’è un alleanza energetica in corso anche tra il Venezuela e il Giappone, per nuove esplorazioni congiunte nei campi di gas naturale liquefatto nella regione dell’Orinoco, senza contare l’eventuale fornitura al Giappone di un milione di barili di petrolio al giorno.
Il Venezuela è membro di oltre 60 organizzazioni internazionali, tra cui il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) dal gennaio 1995, della FAO (Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura) dal 1945. Il Venezuela è membro anche di altre organizzazioni internazionali come il G 15, il G 77, il G 24. Il Paese sudamericano ha fondato un alleanza strategica per porre fine al modello neoliberale proposto dagli USA col nome di ALBA (Alternativa Bolivariana per l’America Latina) Gli altri membri dell’organizzazione sono: Bolivia, Cuba, Guatemala, Ecuador, Panama. Questa alleanza si basa sui principi di cooperazione solidarietà, integrazione economica tra gli Stati membri. Un’altra organizzazione regionale di cui il Venezuela è membro ma solo associato è il CARICOM (Comunità e Mercato Comune Caraibico) con cui ha un accordo di cooperazione energetica Petrocaribe nato nel 2005 che viene utilizzato dal Venezuela come strumento di potere per esercitare il controllo dei Paesi caraibici. I paesi del Petrocaribe sono i paesi del CARICOM ad esclusione di Trinitad e Tobago, Barbados e in più sono associati Cuba e la Repubblica Dominicana. Il Venezuela è un membro associato del MERCOSUR (Mercato Comune Sudamerica) dal 2006 in quanto Brasile e Paraguay non hanno dato ancora l’assenso per un pieno ingresso. Mentre ha l’appoggio dell’Argentina per la costruzione del Gasducto che però è osteggiato dal Brasile.Un altro organismo regionale molto importante è l’UNASUR (Unione Nazioni Sudamericane) organismo nato nel 2004 e rilancia la sfida dell’integrazione regionale e riunisce dodici Stati sudamericani (Argentina, Bolivia, Paraguay, Brasile, Colombia, Cile, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay, Venezuela) e ha come modello l’Unione Europea, perseguendo un processo di integrazione politico-economico ma anche sociale e culturale Un importante organizzazione internazionale di cui il Venezuela è membro è l ’OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) dal 1960.
La vittoria al referendum del 15 febbraio scorso consentirà al Presidente Chavez di essere rieletto nel 2013 alle elezioni politiche. Sebbene il controllo del Presidente sul potere rimarrà solido grazie al completo controllo dell’esecutivo su tutte le altre istituzioni, la sua popolarità potrà declinare se aumenteranno i problemi legati all’economia dovuti alla recessione globale. L’opposizione potrà così lottare per avvantaggiarsi durante questi sviluppi, tenendo l’ambiente politico polarizzato particolarmente nel contesto di radicalizzazione della politica governativa. Senza dubbio questi fattori ridurranno il supporto per il Presidente Chavez e ne eroderanno la stabilità politica. L’economia venezuelana è molto colpita dal grande declino del prezzo del petrolio nel 2009-2010 e ci sarà una difficile rimonta. Il Governo venezuelano sceglierà una svalutazione del cambio fisso sopra le spese fiscali dominanti. Questo sosterrà la alta inflazione ma diminuirà il potere d’acquisto. La contrazione degli investimenti assieme al contributo negativo proveniente dal settore esterno, il GDP avrà una recessione dal 2009-2011 e una ripresa nel 2012-2013 che è prevista essere debole. L’apertura del Presidente USA Barack Obama del 19 aprile scorso al Quinto Summit delle Americhe tenutosi a Port Spain, verso l’eliminazione del blocco a Cuba potrebbe far avvicinare gli USA al Venezuela che potrebbe portare delle profonde revisioni delle relazioni diplomatiche- economiche tra gli USA e l’America Latina.
19/9/2009
Perché il Venezuela di Chavez
(e Oliver Stone) è sempre più povero.
Hugo Chavez piace molto all’americano Oliver Stone, lo stesso che un tempo inneggiava ai nordvietnamiti responsabili di carneficine e boat-people, e che ovviamente in seguito s’innamorò di Castro. Il regista in conferenza stampa a Venezia ha etichettato il dittatorello venezuelano come «Un eroe del Sudamerica», e sul suo governo si è così espresso: «Ho analizzato i dati della crescita economica che non lasciano dubbi sulla salute dell’economia venezuelana». Naturalmente chiunque si renda nemico degli Usa riscuote subito la piena adesione delle Sinistre occidentali, tanto di più se gauche caviar, e allora via agli scrosci d’applausi dell’intellighenzia radical-chic pronta a incensare Oliver Stone, Michael Moore, e compagni.
Ma, al di là della propaganda politica di Chavez e dell’opportunismo pubblicitario di Stone – il quale stranamente s’è sempre ben guardato dall’andare a vivere a Caracas, ad Hanoi, o all’Avana, preferendo la sua villa nella tanto vituperata e americanissima Los Angeles –, ciò che conta sono i fatti, e questi cosa ci dicono sulla reale situazione politica del geniale economista Chavez, erede di Simon Bolivar?
Il 2009 Index of Economic Freedom – istituto di ricerca del Wall Street Journal e dell’Heritage Foundation – retrocede il Venezuela di altri 3.8 punti rispetto al 2008 nella lista delle economie a libero mercato, portandolo al 174° posto nel mondo, e al 28° fra le 30 nazioni del Sud e Centroamerica, Caraibi compresi. Praticamente una dittatura socialista. Il governo del presidente Chavez, infatti, secondo i canoni del più vetero statalismo totalitario di Sinistra, sta aumentando sempre più le privatizzazioni, specie nel più importante settore economico venezuelano, l’industria petrolifera, mentre le poche attività commerciali ancora libere sono rese inefficienti dalla sempre maggiore pletora di vincoli da cui sono subissate. Le norme legislative appaiono gravose e inadatte, tutte tese a espropriare qualsiasi industria si dimostri lucrativa, anche straniera. L’inflazione è pressoché fuori controllo, e ci sono calmieri statali sui prezzi di quasi tutte le merci e i servizi.
La corruzione – prosegue il rapporto dell’istituto – pervade l’intera società civile e giudiziaria venezuelana, mentre i contratti e i diritti di proprietà non sono tutelati. Ciò produce la fuga di qualsiasi investitore nazionale o estero. La conclusione che ne trae Terry Miller, Direttore del Center for International Trade and Economics, parlando del Venezuela, è che «l’edizione del 2009 dell’Index of Economic Freedom offre buoni motivi per credere che i paesi che si sforzano d’avere le economie più libere sono i più capaci di favorire la prosperità di tutti i loro cittadini. La correlazione positiva tra libertà economica e reddito nazionale è stata confermata ancora una volta dai dati di quest’anno. I paesi più liberi hanno un reddito pro capite oltre dieci volte superiore a quanto avviene nei paesi classificati come “repressi”», e il Venezuela ne è la prova al negativo.
Totalmente incapace di gestire l’economia di un paese che sarebbe invidiabile per le sue ricchezze e che invece sta diventando sempre più povero, Chavez è però assai attivo nello spendere miliardi nella sua campagna internazionale contro gli Usa, Israele e il capitalismo occidentale, inneggiando al suo mentore Fidel Castro. Esperto di manipolazioni elettorali e cinico nell’uso delle Forze Militari e di Polizia per i suoi scopi, l’idolo di Oliver Stone continua a comprare armamenti dalla Russia e a stipulare trattati d’amicizia con l’Iran e altri stati-canaglia.
Qualche informazione sullo stato di salute del progetto economico di Chavez, da lui definito «Socialismo del XXI secolo»: l’inflazione era al 17,2% nel 2005, al 22,5% nel 2007, al 30,9% nel 2008, e ora nel 2009 è arrivata al 35%. Il Pil Procapite nel 2007 era 8,4, nel 2008 è sceso rovinosamente a 3,5, e nell’anno in corso è passato al negativo -3,0 (dati del Fondo Monetario Internazionale). Per intraprendere un’attività commerciale nel resto del mondo la media è di 38 giorni, in Venezuela 141. Tutto il mercato dell’import-export è congestionato da protezionismi e restrizioni, barriere doganali e tasse, discriminazioni e inefficienze. Il paese ha una tassazione fra le più alte al mondo. La burocrazia è farraginosa, corrotta e non-trasparente, così come gli interventi governativi sull’industria, sulle banche, sui mercati. Il governo controlla le istituzioni finanziarie e i maggiori investimenti commerciali.
Nel 2008, oltre alle nazionalizzazioni, agli espropri, e agli assalti ai diritti di proprietà, il governo ha completato l’opera di controllo del sistema giudiziario attualmente gestito de facto dall’esecutivo. I contratti commerciali con contraenti non graditi al regime vengono annullati e il governo stabilisce chi siano gli investitori autorizzati a intraprendere attività nel paese. Non esistono diritti d’autore né per le opere d’arte (musica, film), né per le opere d’ingegno (informatica, brevetti). Con una serie di decreti incostituzionali è stata formalmente creata dal presidente una milizia popolare per controllare i settori dell’economia, dell’agricoltura e del turismo. Fra 179 paesi considerati in base al minor livello di corruzione, il Venezuela è al 162° posto: tangenti di funzionari civili e militari ammorbano l’intera vita della nazione, complici il narcotraffico e il florido mercato delle armi. Le normative del lavoro dipendente sono talmente restrittive da disincentivare qualsiasi assunzione, così da creare una disoccupazione stagnante. La libertà di stampa e d’espressione non esiste. I sindacati sono ridotti al silenzio. Oltre a ciò, i maggiori problemi denunciati dalla popolazione riguardano la sicurezza, i trasporti, la sanità, i servizi (lavori pubblici, raccolta rifiuti), l’approvvigionamento di alimentari di base.
Chi vagheggia di successi formidabili raggiunti dalla politica economica venezuelana porta a esempio la crescita del Pil: negli anni scorsi, infatti, gli incrementi del Pil sono stati circa il 9% nel 2006, l’8% nel 2007 e quasi il 6% nel 2008. Ma di ciò è responsabile soltanto l’aumento del prezzo del petrolio – passato da 11 $ a 147 $ al barile –, il cui reddito copre circa il 50% dei redditi del bilancio federale. Tuttavia, l’inflazione ha continuato a crescere, insieme col debito estero cresciuto da 30 a 44 miliardi di dollari, l’investimento diretto estero è di appena 600 milioni di dollari (contro gli 8 miliardi della Colombia e i 15 del Cile), e la spesa del governo centrale durante il decennio di presidenza di Chavez è passata dal 22 al 32% del Pil nazionale. Quando la crisi mondiale si aggraverà e si prolungherà, il crollo dei prezzi del petrolio, motore della crescita economica che il paese ha conosciuto negli ultimi cinque anni, avrà sicuramente un profondo impatto dal 2010 sulle entrate fiscali e sulle spese pubbliche. Il Paese è anche ricco di risorse agricole che però non vengono sfruttate, imponendo una dipendenza stimata al 30% delle importazioni di prodotti agro-alimentari, rispetto alla totale autosufficienza registrata fino a pochi anni fa.
La giornalista venezuelana Maria Luz FdC si chiede: «Come spiegare al popolo venezuelano che il sogno, o meglio l’incubo, di Hugo Chavez ha digerito senza lasciare traccia la maggior entrata di denaro, oltre 220.000 milioni di dollari, senza aver terminato neppure un progetto, un’opera significativa?... Sicuramente Hugo Chavez lascerà nella storia del Venezuela il ricordo dei centinaia di autobus pagati per muovere le masse quando la sua presenza e le sue promesse hanno oramai perduto ogni forza e credibilità. Ricorderemo per molto tempo le ferite aperte, i morti, i feriti, i torturati e detenuti. Sicuramente molti anni dovranno passare per stendere un velo pietoso sul tragico comportamento delle Forze dell’Ordine utilizzate come bastone di castigo, e della magistratura docile, obbediente a un regime che solo ha parole di elogio a chi dall’alto dei ponti di Caracas massacrò il vero spirito della libertà».
Mentre, come sottolinea Moisés Naím, direttore della rivista Foreign Policy, «La popolazione, nonostante il paese disponga di enormi entrate provenienti dal petrolio, si trova a fronteggiare un tasso d’inflazione tra i più alti al mondo, la mancanza di generi di prima necessità, un livello di criminalità tragico e senza precedenti e grandi difficoltà nel trovare un posto di lavoro al di fuori degli impieghi statali», Chavez continua a giocare con le armi: la Russia ha concordato di prestare al Venezuela 2,2 miliardi di dollari per finanziare l’acquisto di armi, compresi carri armati e sistemi anti-missile avanzati.
Grande amico e alleato del sanguinario regime iraniano, Chavez “commercia” anche coi terroristi di Hezbollah, come svelato da Michael A. Ledeen della Foundation for Defense of Democracies sul suo blog "Faster Please!": «Voli segreti da Teheran a Damasco, destinazione finale Caracas, atterrano in aree speciali dell’aeroporto, e ne sbarcano uomini che non passano per il check delle autorità dell’immigrazione, vengono forniti di passaporti venezuelani, e scaricano container extra dogana. Sono ufficiali di Hezbollah, incaricati di percorrere la regione attraversandone anche i confini per reclutare terroristi e instaurare basi paramilitari. Chavez ha così fornito il gruppo terroristico colombiano Farc di missili svedesi anti-carro, utilizzando poi questi gruppi per il trasporto di cocaina verso l’Africa, quindi l’Europa e gli Usa (fonti: Dea)».
In conclusione, per Moisés Naím «Gli ammiratori di Chávez all’estero farebbero bene a ricordarsi che molte delle idee economiche che il presidente sta testando in Venezuela e sta esportando nelle nazioni vicine hanno un lungo pedigree, ampiamente documentato negli annali delle cattive idee». Nel frattempo, il peruviano Mario Vargas Llosa assieme a un gruppo di scrittori latinoamericani, ha denunciato come «il socialismo del XXI secolo attuato dal presidente Hugo Chávez sia una “minaccia” che s’incammina verso una “dittatura comunista”, attraverso l’osteggiamento contro le autorità locali dell’opposizione, cui sono state sottratte delle mansioni dopo la loro elezione».
Il regista Stone è libero d’incensare chi vuole, ma forse le Sinistre europee potrebbero pure trovare qualche eroe migliore di cui fare l’apologia.
19/9/2009
Scarcerato 'Panfilo', ricoverato in ospedale psichiatrico.
Juan Carlos Gonzalez Marcos 'Panfilo', il 'cubano qualunque' condannato a due anni di carcere per aver urlato davanti alle telecamere di avere fame, è stato scarcerato e internato in un ospedale psichiatrico. La notizia è stata diffusa con un comunicato da Elizardo Sanchez, portavoce della Commissione cubana di diritti umani e riconciliazione nazionale (al bando).
14/9/2009
Cuba Libre! (y Pánfilo también)
Uno sconosciuto ubriacone del quartiere del Vedado si mette a sbraitare per la strada che a Cuba "ci vuole da mangiare" perché "c'é una fame tremenda", finendo in TV, poi su YouTube e finalmente, fatalmente, in galera. Diventando un simbolo dell'opposizione al regime castrista e un fenomeno dell'era Internet. Cronaca con links.
Tutto é iniziato nel maggio scorso, quando una troupe del Canale 41, emittente televisiva ispanofona di Miami. si trovava all'Avana per un servizio sulla versione cubana del "reguetón", genere musicale ibrido nato fra Panama e Puerto Rico e che ormai ha invaso tutta l'America Latina.
I giornalisti stanno intervistando per la strada un musicista locale, quando scoppia il casino: Juan Carlos González Marcos -noto a tutti come Panfilo, ex capitano della marina mercante, disoccupato da un decennio e bevitore militante- irrompe nel reportage, esige essere ripreso dalla telecamera e urla in un dialetto avanero stretto che "qui quello che ci vorrebbe é un poco di 'jama'", dove "jama" sta per cibo.
Temendo forse essere frainteso o non ben capito, Panfilo chiama a sé l'operatore una seconda volta per sottolineare "che qui ci vuole da mangiare perché c'é una fame tremenda", accompagnando la sua protesta etilica con l'inconfondibile gesto universale di portarsi la mano alla bocca, per fare capire che non ha nulla da mangiare.
La troupe ritorna a Miami e il frammento dell'intervista piratato da Panfilo finisce su YouTube, dove il suo successo immediato -circa 50 mila contatti nelle prime 12 ori dopo essere stato messo in linea- convince i responsabili di Canale 41 di trasmetterlo a parte, nel programma "A mano limpia".
Questo, a sua volta, scatena la curiositá della comunitá cubana locale e trasforma Panfilo in un eroe, del tutto involontario ma popolarissimo, della dissidenza anticastrista. E del resto é cosí che l'apparato di sicurezza del regime, una delle poche cose che a Cuba funziona senza intoppi, si interessa anch'esso al "caso jama". Lo stesso Panfilo lo racconta in un secondo video, una intervista da sobrio, sempre al Canale 41, nella quale sostiene di sentirsi in pericolo perché "a ogni momenti mi chiamano per dichiarare su quanto é successo e io non voglio avere problemi".
"Io non voglio saperne niente della politica, né quella di lá né quella di qui", precisa Panfilo, dopo aver chiarito che non é stato pagato da nessuno per dire quello che ha detto, precisando che poi comunque non sapeva che lo stavano riprendendo, che "avevo bevuto e avrei detto delle cose che manco io le ricordo", e raccontandoci che da allora che sono "venuti a trovarmi varie persone della polizia" nonché del G2, come é noto il Dipartimento per la Sicurezza dello Stato, ossia la polizia politica castrista.
Ma l'eroe involontario del Paradiso del Socialismo Tropicale non ce l'ha fatta a stare zitto (o a secco) per molto tempo, ed é cosí che si arriva alla terza ,
nella quale Panfilo, seduto sul mitico Malecón dell'Avana, ricorda che lui non ci ha guadagnato niente con il casino che ha fatto ("manco un maglione, un regeuetón, un cellulare"), ripete che "qui c'é una fame tremenda" ("guarda che non sono frottole, fratello") e racconta che "verranno a portami mia", quelli "della polizia e della sicurezza", per metterlo dietro alle sbarre, o che ed ultima intervistapotrebbe essere perfino che "mi facciano sparire", ma che lui se ne frega altamente ("registra, registra tranquillo".
E infatti, come previsto, poco dopo é arrivato l'arresto di Panfilo, nonché il suo processo e la sua condanna a due anni di carcere. Il delitto contestatogli, del resto, é una di quelle chicche inimitabili che caratterizzano il codice penale cubano: pericolositá pre-delittiva.
Che sarebbe come dire "magari non hai fatto niente di illegale finora, ma mi sa che stai per farlo". La stessa accusa, del resto, che é stata usata per esempio contro Gorki Aguila, il cantante del gruppo punk cubano Porno para Ricardo, per cercare di silenziare le sue canzoni, un attimo fuori linea ("non intendo aderire all'ideologia di merda di questo paese" ).
Mentre Panfilo é in galera, peró (dove ha tutto il tempo per riflettere al reato per il quale é stato condannato, quello "stato pericoloso" che viene definito dall'art.72 del Codice Penale cubano come "la speciale proclivitá in cui si trova una persona per commettere delitti, dimostrata dal comportamento che ha, in contraddizione manifesta con le norme della morale socialista") la festa continua online, dove l'mbriaco del Vedado é diventato una superstar, sopratutto grazie all'estetica del furto digitale taglia-e-cuci che contraddistingue questa nosta era post-moderna.
E' cosí che abbiamo prima i remix di "Lo que falta es Jama" disponibile in versione reguetón-dub, che é come un indennizzo per l'interruzione di quell'intervista che fece scoppiare il caso, ma c'é anche quella piú electro ossessiva (con tamarrissimo sample femminile aggiuntivo e, forse la piú popolare, quella in idioma stilistico che oserei definire disco house tazzorro, e poi ai campionamenti si aggiungono i montaggi, come quello famoso del discorso di Raúl, e dai montaggi ai cosidetti spin-offs, come quello del cantante che era stato interrotto da Panfilo, ora ribattezzato Consorte (sottointeso, di bevute), qui in versione acapella e mixata per sfociare poi inevitabilmente nel Comitato Jama y Libertad con il suo blog ufficiale, trovandoci aperó anche sul cammino cose come la apparentemente falsa intervista alla apparentemente falsa moglie de Panfilo ("noi siamo molto rivoluzionari!"). Un'intera giungla digitale scatenata da dieci secondi di liberatoria irresponsabilitá ubriaca per le strade dell'Avana.
E lui, che non c'ha guadagnato manco un maglione, é finito in galera, Speriamo che almeno gli passino la jama, che Panfilo ha una fame tremenda.
AVVERTENZA AL LETTORE - Panfilo, la falsa moglie di Panfilo, il consorte di Panfilo, i remixatori del reguetón, il canale 41, cosí come YouTube e i Porno para Ricardo sono in realtá agenti stipendiati dei servizi segreti americani, o loro succubi manipolati. L'ultima volta che qualcuno a Cuba ha avuto veramente fame, ci confermano or ora fonti ufficiali, Fidel ha fatto personalmente un'inchiesta e ha potuto stabilire che era colpa dell'embargo yanqui.
10/9/2009
Chavez continua ad ammassare armamenti ormai in pieno delirio di potenza.
Un fiume di armi si riversera' dalla Russia al Venezuela. Le fonti ufficiali del Cremlino hanno assicurato che la visita di Hugo Chavez a Mosca non e' servita a firmare accordi specifici, ma il tema del riarmo di Caracas e' stato affrontato dal presidente venezuelano e dal suo omologo russo. Dmitri Medvedev si e' affrettato ad assicurare che il suo Paese e' pronto "a fornire al Venezuela le armi che il Venezuela chiedera'". "Nell'ambito del rispetto delle norme internazionali" si e' preoccupato di precisare poco dopo l'inquilino del Cremlino.
"Fino ad ora siamo stati schiavi delle azioni dell'impero yankee" ha detto l'uomo forte di Caracas, "adesso quello che facciamo e' di aumentare il nostro potenziale militare".
La corsa agli armamenti in America Latina e' uno dei temi caldi nella politica internazionale, anche se alcuni analisti statunitensi tentano di ridimensionare l'allarme: gli arsenali sudamericani sono vecchi di 40-50 anni e i governi li stanno solo riammodernando. Il Cile ha pero' gia' protestato contro il riarmo venezuelano e ha a sua volta ordinato caccia di seconda mano in Europa. La scelta di Chavez e' invece stata quasi naturale: dopo aver riconosciuto le repubbliche separatiste di Ossezia del Sud e Abkhazia, e dopo la sigla di un'intesa tra un consorzio di compagnie petrolifere russe e la venezuelana Pdvsa per sviluppare le aree estrattive lungo le sponde dell'Orinoco, era logico che per il riarmo si rivolgesse alle fabbriche russe. E non si tratta solo di armi leggere: Caracas e' pronta a ordinare carri armati T-72 e T-90 oltre a sommergibili classe Kilo, mezzi corazzati Bmp-3, elicotteri Mi-8 e batterie di missili anti-nave. "Che male c'e' a vendere i carri armati?" ha scherzato Medvedev, "non c'e' dubbio che noi abbiamo ottimi carri armati e se i nostri amici li vogliono, noi glieli daremo".
10/9/2009
I DISSIDENTI DELL'ARCO PROGRESSISTA PROMUOVONO CONGRESSO PER 2010
I dissidenti cubani sono pronti a organizzarsi in un partito di opposizione, di ispirazione socialdemocratica. L'Arco Progressista, nome della formazione politica, ha convocato un congresso per settembre 2010, trasgredendo la messa al bando del governo sulla nascita di soggetti 'anti-comunisti'. Il movimento, sinora, è stato sempre tollerato da L'Avana, benché critico verso l'operato di Fidel Castro prima e di Raul poi. La nuova mossa, però, potrebbe mutare lo scenario.
10/8/2009
Cuba, ormai manca di tutto.

Radio Marti