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14/6/2009
In fuga i figli della Revolución
«Cuba muore di fame»
L’AVANA — Maggio 1980. Sulle spiagge di Key West — piccola isola nel Golfo del Messico vicino alla Florida — sbarcavano in continuazione migliaia di cubani «desesperados» fuggiti dall’Isola per sottrarsi al regime di Fidel Castro. Una traversata che durava dieci o quindici giorni su battelli e pescherecci di modesto calibro, non adatti ad affrontare la furia dell’Atlantico. Ma all’approdo i fuggiaschi urlavano di gioia con quel poco di voce che gli era rimasto ed esibivano cartelli su cui stava scritto a caratteri cubitali «Abbasso Fidel» e «Viva Carter». Correndo grossi rischi, avevano raggiunto il paradiso americano. Successivamente, molti di quei sedicimila profughi, delusi o semplicemente vinti dalla nostalgia, sarebbero tornati a Cuba.
Ora, dopo l’apertura nelle scorse settimane del presidente Obama che ha allentato le restrizioni per i viaggi nell’isola e la disponibilità al dialogo da parte di Raúl Castro, fratello di Fidel che in effetti gestisce il potere, sono in molti a chiedersi quali siano in realtà le condizioni di vita a Cuba e se nel cuore dei suoi abitanti persista ancora come ultima soluzione la fuga verso gli Stati Uniti. Una risposta me la dà senza esitazione uno studente di vent’anni, Daniel, che dice: «Se potessi, me ne andrei domani».
Sono stato a Cuba un paio di settimane e ho parlato con molte persone di diversa estrazione sociale: i loro commenti, in generale, non assomigliano per niente alla sbrigativa affermazione del giovanotto che ogni notte s’addormenta sognando di sbarcare, la mattina dopo, a Miami. Alla base di quest’esodo, che è massiccio e continuo, ci sono le condizioni economiche: «Vedi questa camiciola che indosso? — taglia corto un ragazzo che vende bibite al chiosco —. Mi costa 20 pesos. È quanto guadagno in un mese». La stessa amarezza emerge dalle parole delle signora Marta, insegnante di salsa — una danza caraibica — quando ammette che il suo salario mensile di 400 pesos «non basta neanche per comprare il latte ai bambini».
Negli anni passati le emigrazioni in massa furono determinate dal clima politico: i primi ad andarsene, nel gennaio del ’59, furono quelli che avevano sostenuto il regime dittatoriale e filo-americano di Fulgencio Batista; dopo la Revolución di Fidel ed Ernesto Che Guevara scelsero la via dell’esilio migliaia di anticomunisti. Adesso le carrette che solcano il Golfo sono piene di povera gente che non ha i mezzi per tirare avanti, la gran ciurma dei disoccupati e dei braccianti sbarcati nell’Isola anche da altri Paesi dell’America latina con l’obiettivo di raggiungere gli States.
L’euforia che ha colto l’Avana e altre città nei giorni del cinquantenario della Rivoluzione si è rapidamente estinta e Cuba deve fare i conti con la realtà di un Paese «immiserito» e «senza scampo», come è stato definita impietosamente da qualche giornale. Per quanto sia stata breve, la mia sosta nell’isola non mi consente di condividere un linguaggio così apocalittico e totalmente negativo. «Il turismo — dice Emilio, che fa la guida e accompagna gruppi di stranieri sul suo pulmino all’Avana e in altri capoluoghi — è la nostra maggior fonte di ricchezza. Più dell’esportazione: dello zucchero e del nickel. E ha creato anche una differenza tra le classi sociali. Prima qui avevano tutti lo stesso salario e ognuno godeva dello stesso prestigio sociale.
Adesso molti prodotti vengono importati dai turisti e vengono pagati con la loro moneta, in dollari. Quelli che ricevono il danaro dai turisti guadagnano molto di più del resto della popolazione che fa ricorso alla valuta locale. Il turismo è un’entrata forte per un Paese di bassa economia come il nostro. Fidel Castro lo permise sapendo che avrebbe cambiato notevolmente la realtà di Cuba».
Il centro storico della vecchia Avana è di una grande bellezza architettonica, ma gli alloggi all’interno dei palazzoni non sono molto accoglienti. Le ultime costruzioni risalgono agli anni Cinquanta, ci informa Erich che lavora in un ristorante molto frequentato dagli stranieri: «Agli inquilini — spiega — non è consentito di fare alterazioni agli appartamenti, che sono spesso angusti e scomodi. I divorzi sono in aumento anche per il fatto che le giovani coppie non trovano casa e sono costrette a vivere coi genitori... Solo dal gennaio scorso Raúl Castro diede ai cubani la possibilità di costruirsi la propria casa, assecondando le esigenze di ognuno. In genere gli appartamenti sono umidi e soffocanti e la gente è costretta ad uscire sul balcone per prendere una boccata d’aria e sfuggire al calore pomeridiano che impregna le pareti».
La sera, la gente si riversa in strada e passeggia sul lungomare del Malecón per farsi carezzare dalla brezza notturna: c’è chi suona, chi danza, chitarre, mandolini, fisarmoniche a bocca, i bambini giocano e strillano, qualcuno regge in mano il filo dell’aquilone, il furgoncino dei gelati va su e giù per la promenade seminando profumo di vaniglia e fragola. Ci sono anche una mezza dozzina di pescatori che non sembrano molto fortunati.
Emilio aveva 11 anni quando scoppiò la Rivoluzione, vide Fidel, Raúl, el Che e gli altri barbudos sulla Piazza grande, appena scesi vittoriosi dalla Sierra: «Ero tanto giovane — racconta — ma mi resi conto di quanto stava succedendo… Benché piccolo, stavo già lavorando nella bottega di un calzolaio per aiutare la mia famiglia. E poi smisi di lavorare per andare a scuola». A 13 anni imbraccia un fucile e va a combattere con l’Esercito Ribelle contro gli yankees alla Baia dei Porci. «I miei figli — conclude — non condividono il mio entusiasmo per la Rivoluzione: ma è comprensibile. La Cuba di oggi non dà ai giovani le stesse opportunità che avevano quelli della mia generazione ».
Un professore universitario lamenta che i giovani si sentono «trascurati» dal governo e dalle istituzioni culturali del Paese, pur avendo conseguito lauree e diplomi al massimo livello. È una società emancipata quella uscita dalla Rivoluzione del ’59: c’è tuttavia chi fa notare che lo spirito rivoluzionario degli anni Sessanta s’è affievolito e sottolinea come sia intollerabile, a Cuba, che ci sia gente che guadagna favolosamente col turismo, mentre altri devono fare tre mestieri diversi al giorno per sbarcare il lunario. Su una cosa i cubani (e le cubane) non transigono: vestir bene, con stoffe di qualità o abiti di buon taglio, seguendo la moda.
Col turismo è l’agricoltura l’altra grande fonte di ricchezza per il Paese: grazie all’esportazione del tabacco e dello zucchero. Ma il tabacco ha bisogno delle piogge che arrivano abbondanti d’estate, insieme ai cicloni, che hanno spesso effetti devastanti. I quattro che hanno investito Cuba l’anno scorso hanno raso al suolo mezzo milione di edifici. Ma per fortuna (e anche grazie all’intelligente lavoro di prevenzione) non ci sono state vittime.
Non stupisce perciò che a Cuba un contadino guadagni più di un medico. È lo stesso Raúl Castro a vigilare sull’agricoltura facendo regolarmente visite alle aziende grandi e piccole e stabilendo un rapporto diretto ed assiduo coi suoi campesinos. Fidel è un idealista, un capo carismatico che il primo maggio affascina colla sua ridondante oratoria milioni di persone. Raúl sta spesso dietro un aratro o nelle stalle col bestiame. Quando lo incontrai, qualche anno fa, mi trattenne più di un’ora per parlarmi della sua mucca, cha aveva mammelle enormi e spillava più latte di una dozzina di mucche messe insieme. Un fenomeno, assicurava con un furbo sorriso negli occhi.
A confronto con i Paesi del Centro e Sudamerica, dov’è di casa il narcotraffico e dove delitti e rapine sono all’ordine del giorno, Cuba sembra davvero un’isola solare, felice. Non c’è criminalità per le strade dell’Avana o di Santa Clara o di Santiago. I bambini possono camminare di notte, soli, senza timore di brutti incontri o cattive sorprese. I ragazzi e le ragazze frequentano la scuola gratis fino a diciotto anni: per poi accedere, se ne hanno voglia e talento, all’Università.
«Noi non crediamo al consumismo come nel resto del mondo — dice Elisa, una ragazza madre che vive col suo bambino in un piccolo appartamento dell’Avana —, ma ci diano almeno i mezzi per sopravvivere. Per me è una lotta quotidiana procurarmi il cibo per noi due. Dicono che a Cuba nessuno muore di fame: ma a volte ho l’impressione d’esserci andata molto vicino».
Mentre si continua a parlare della rimozione dell’embargo e della base americana di Guantánamo, un giornale scrive che «gli Stati Uniti sono un partner commerciale fondamentale per Cuba» e aggiunge: «Senza i beni provenienti dagli yankees e da altri occidentali, tra i quali gli italiani sono in prima fila, i cubani sarebbero alla fame. Sotto il velo di una propaganda in cui nessuno crede più, la vita quotidiana di Cuba è quella di un Paese che non produce quasi nulla. E quindi deve importare il necessario, compresa la frutta tropicale surgelata che viene dritta dalle serre canadesi. Le tessere alimentari offrono sempre meno. Per fortuna c’è il confratello Chávez, che baratta il suo petrolio con medici e istruttori cubani, garantendo così che l’isola non resti al buio. L’unica risorsa economica di Cuba è il turismo. Non più fiorente come qualche tempo fa, ma almeno offre quella valuta pregiata di cui il regime dei fratelli Castro ha disperatamente bisogno».
In tanti anni, il blocco ha solo impoverito i cubani, frenato gli investitori americani, servito la propaganda di regime e delegittimato l’opposizione democratica. I dissidenti che stanno ancora in carcere contro Castro sarebbero stati arrestati e condannati non per reati ideologici contro Castro, ma per aver ricevuto illegalmente delle somme di denaro da parte di commercianti americani.
Oggi nessuno pensa che Washington abbia intenzione di ripetere l’impresa della Baia dei Porci che finì in disastro il 17 aprile 1961: si era in piena Guerra Fredda e gli Stati Uniti avevano forse qualche ragione per considerare Cuba come l’«avanguardia» dell’Unione Sovietica nello Stretto di Florida.
Per risollevarsi dalla situazione comatosa in cui langue, Cuba punta ora tutte le sue speranze sul petrolio che pare di ottima qualità e giace lungo le sue sponde nel profondo del Mar dei Caraibi. Le tecnologie di Petrobras stanno scandagliando giacimenti definiti «promettenti ». Ma i tecnici sostengono che ci vorranno alcuni decenni «per sfruttarli e per inondare Cuba di petrodollari».
13/6/2009
Pericoli del web.
NEW YORK (13 giugno) - Ecco un’altra conferma di quanto Internet possa alle volte rivelarsi un pericoloso trabocchetto. Un giornalista investigativo ha usato la rete per prendersi gioco del figlio di Castro,
esponendolo al ridicolo. Il 46enne Luis Dominguez, un cubano che vive a Miami, si è finto per otto mesi una donna, Claudia Valencia, e ha ”accalappiato” Antonio Castro Soto del Valle, intrattenendo con lui un flirt on-line con forti echi erotici. Dominguez sostiene di aver organizzato la burla non per mettere in imbarazzo Castro Junior, ma per dimostrare che la favoleggiata ”barriera di sicurezza” dell’isola può essere facilmente penetrata. Non solo: dalle lettere e dalle conversazioni con il 42enne Castro, si deduce anche che nell’isola c’è chi vive bene, con tutti i comodi e tutti i lussi, senza subire le limitazioni che il popolino deve sopportare. Antonio può infatti non solo avvalersi di un collegamento internet veloce (cosa che a Cuba i comuni mortali non hanno), ma possiede anche un costoso computer, cellulari palmari, fa vacanze di lusso, ama i vestiti di marca ecc ecc.
Dominguez ha conservato le prove delle sue chat con Antonio. E le ha poi presentate alla tv di lingua spagnola AmericaTeVe che le ha trasmesse in un programma dal nome significativo di Mano Limpia (Mano pulita).
Il canale tv insiste a sua volta che la decisione di esporre Castro junior al ludibrio non è stata dettata da voglie pruriginose, ma dal desiderio di denunciare le ingiustizie del regime cubano e di rivelarne anche le debolezze tecnologiche.
Luis Dominguez ha avuto l’idea di accalappiare Antonio Castro dopo averlo visto a un torneo di baseball a Cartagena, in Colombia, nel 2006. Castro era sempre circondato da belle donne, ammirato e corteggiato come una star. In quell’occasione il cubano dette anche in giro il suo indirizzo di posta elettronica, tonycsport@yahoo.ca. Ed è stato così che poi Dominguez lo ha ”incontrato” nel sito sociale Tagged.
Il giornalista ha finto di essere una boliviana di 26 anni, capelli neri e meches bionde, appassionata di calcio e computer. Ha anche i inviato una foto creata digitalmente, e ha cominciato un’intensa chat che spesso si trasformava in aperto flirt sessuale. Antonio Castro non ha mai raccontato nulla del padre o di fatti politici o informazioni segrete. Tuttavia è stato generoso nel descrivere la sua vita elegante, i viaggi al mare, i vestiti, ecc ecc. Ha anche dato il suo indirizzo e rivelato che va in giro senza guardie del corpo (e questo sarebbe un segreto che non doveva rivelare).
Nel mese di marzo, Luis Dominguez è andato da AmericaTeVe e ha presentato il suo materiale. La tv ha indagato e confermato che il materiale era vero. E ha dedicato una trasmissione alla vicenda. Il Miami Herald che ieri ha ricostruito a sua volta la storia ha anche cercato di entrare in contatto con Antonio Castro, per avere la sua versione dei fatti. Ma da Cuba nessuno ha risposto.
11/6/2009
Minà pagato dalla dittatura prosegue il suo lavoro.
Gianni Minà sceglie ancora una volta la strada dello scontro e si schiera anima e corpo in difesa dell’ultimo comunismo, quel regime totalitario dei fratelli Castro che non conosce libertà di espressione e di movimento, oltre ad avere le carceri piene di prigionieri politici. L’ultimo numero di Latinoamerica è tutto per Yoani Sánchez, definita ironicamente la bloguera anti-sistema più famosa di Cuba, anche se Minà sa bene che in un paese dove non esiste libertà di stampa un giornalista indipendente non può essere conosciuto.
Minà non entra nel merito di ciò che Yoani scrive da oltre due anni (si è accorto che esiste soltanto da pochi mesi, chissà perché…), a lui non interessa scoprire se è vero che a Cuba mancano le libertà essenziali e neppure capire come mai vige un aberrante doppio sistema monetario. A Minà interessa soltanto lo sporco gioco di squalificare alla radice l’interlocutore politico, tecnica usata dal regime sin dai tempi di Heberto Padilla e praticata sistematicamente ogni qual volta si fa sentire una libera voce dissidente.
Minà sostiene che il successo internazionale di Yoani Sánchez sarebbe una colossale messa in scena, cominciata con il premio “Ortega y Gasset” assegnato da El País e finanziata dagli Stati Uniti d’America, che vorrebbero ingaggiare una guerra telematica alla Rivoluzione cubana. Minà prosegue il suo sermone contro la blogger con il solito argomento che nei paesi confinati con Cuba la situazione è peggiore, ma nessuno si interessa dei giornalisti mandati a morire davanti a un plotone di esecuzione. Non mi risulta, egregio Minà, a me pare che movimenti come il partito radicale hanno sempre denunciato ogni tipo di violazione della libertà personale. Non esiste un interesse a parlare soltanto di ciò che non va a Cuba, ma ci permetta di fare anche questo.
Minà ricorda che nei racconti di Yoani Sánchez ci sono delle dimenticanze. Qualcuno ha mai dipinto la blogger cubana come un soggetto politico? Yoani è una scrittrice che narra il quotidiano e non si è mai definita una dissidente. Minà dice che nel suo blog (www.giannimina.it) è stato offeso dagli anticastristi per aver criticato la Sánchez. Resta il fatto che il suo blog non è aperto ai commenti, quindi nessuno può leggere le critiche rivolte al giornalista, mentre il blog della Sánchez (in spagnolo come in italiano su www.lastampa.it/generaciony) è liberamente commentabile ed è pieno di castristi italiani mandati da chissà chi a sputare livore e acredine. La differenza tra Minà e la Sánchez sta tutta qui. Minà censura e non pubblica le critiche, in puro stile comunista, mentre noi mettiamo ogni commento senza censurare niente.
Ne abbiamo abbastanza, egregio Minà, di sentir giustificare la mancanza di libertà a Cuba con gli attacchi terroristici, con Posada Carriles e amenità varie. In Italia c’è stato il terrorismo, ci sono state le Brigate Rosse, ma nessuno ha mai eliminato la libertà personale. I motivi dell’assenza di libertà sono ben altri e Minà lo sa meglio di noi, soltanto che non lo vuol dire.
Perché Minà non ci parla dello stato dell’informazione a Cuba? Televisione di regime e stampa monocorde dove il leitmotiv fa venire a mente 1984 di George Orwell. Minà non abbandona il solito assurdo paragone tra Cuba e le nazioni confinanti, continuando nell’ipocrita messa in scena di annoverare Cuba tra i paesi del Terzo Mondo. Se Cuba è diventata Terzo Mondo lo deve solo a Fidel Castro e alla Rivoluzione, colpevoli di aver arrestato ogni forma di sviluppo economico. Per dirla con Cabrera Infante: «A Cuba il comunismo ha nazionalizzato la miseria».
Minà avanza motivazioni ideologiche e di difesa dal nemico sull’altra sponda, ma non si sogna di dire che a Cuba nessuno può uscire dal Paese liberamente, neppure se ha i soldi per pagare un biglietto di aereo. In compenso, il giornalista amico di Castro ci parla di una cyber guerra mossa contro Cuba dai tempi di Bush e afferma che Yoani sarebbe una pedina di questo scacchiere. Minà non si rassegna al fatto che a Cuba esiste una generazione di giovani che non ne può più delle balle rivoluzionarie e che chiede soltanto di avere qualcosa in cui credere. Secondo Minà, la presenza diffusa di giornalisti indipendenti cubani su Internet sarebbe un’arma di offesa per una miglior applicazione dell’embargo. Eccoci ancora alla favola dell’embargo, padre di tutti i mali. La libera espressione di idee su Internet sarebbe una creazione del nemico e non una spontanea manifestazione di idee da parte di una generazione stanca che vorrebbe cambiare una società cristallizzata su se stessa.
Yoani parla al mondo, egregio Minà, certo che per lei è difficile parlare ai cubani, ma prova a farsi conoscere anche in patria distribuendo CD e floppy con le pagine del suo blog. Come potrebbe parlare ai cubani dell’isola se il blog è oscurato? Come può parlare un giornalista indipendente privo di media che lo possono ospitare?
Minà non perde neppure un minuto per dire che Cuba è un Paese dove manca la libertà di stampa, vige il pensiero unico, è proibita ogni libera iniziativa economica e non esiste libertà di movimento.
In conclusione giova ricordare che Minà non si occupa mai dei problemi provocati alla povera gente da un assurdo doppio sistema monetario. Gli stipendi vengono pagati in pesos, mentre gli acquisti si devono fare in pesos convertibili (falsa moneta parificata al dollaro). Minà non dice che i cubani sopravvivono grazie alle rimesse degli emigrati, soprattutto con i soldi di chi vive nell’odiata Miami. No, Minà preferisce diffamare e scrivere che Yoani e tutti gli altri blogger che raccontano le mancanze del quotidiano sono creature del gruppo Prisa (editore de El Pais in Spagna e di Noticias 24 in Venezuela).
La filippica di Minà giunge dritta allo scopo: delegittimare una persona come Yoani Sánchez così difficile da delegittimare, una blogger che fa della narrazione di un quotidiano la sua arma migliore, di una scrittrice che racconta i problemi di una società priva del bene più prezioso: la libertà.
Egregio Minà, sappiamo bene che al mondo ci sono altri luoghi dove manca la libertà, sappiamo pure che in Nicaragua e in Colombia si vive peggio che a Cuba. Ma ci permetta di parlare di Cuba, per favore. Non divaghiamo come al solito. Altri si occuperanno dei problemi di Nicaragua e Colombia, magari pure della Cina e della Birmania. A noi interessa Cuba. Possiamo parlare dei problemi reali di una terra a noi cara, invece di diffamare e di screditare chi racconta un difficile quotidiano?
5/6/2009
Cuba perde due spie in USA.
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Storie da piena guerra fredda nell'America di Barack Obama: un ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, Walter Kendall Myers, 72 anni, e la moglie Gwendalyn, 71 anni, sono stati arrestati dall'Fbi con l'accusa di essere stati nell'arco di 30 anni spie al servizio di Cuba. In qualità di agenti segreti infiltrati all'interno del Dipartimento di Stato, i due secondo il Dipartimento di Giustizia Usa per trent'anni avrebbero avuto accesso a documenti delicatissimi, si sarebbero personalmente incontrati con Fidel Castro nel 1995 e avrebbero fornito al governo cubano oltre duecento rapporti contenenti informazioni classificate 'top secret'. Mentre intorno a loro cadeva il Muro di Berlino, l'Unione Sovietica scompariva, e finiva il tempo della Guerra Fredda, loro, l'agente 202 e l'agente 123, continuavano ad operare in pieno doppio gioco.
A rendere noto il loro arresto è stato il vice procuratore generale per la Sicurezza Nazionale, David Kris, il quale ha precisato che l'Fbi era sulle loro tracce ormai da tempo ma che che prima di procedere all'arresto il Dipartimento di Giustzia ha voluto essere certo del tipo di informazioni che Myers e la moglie hanno girato ai cubani. Kendall Myers, 72 anni, ha lavorato per il Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato Usa dal 1977 fino al 2007, prestando servizio in particolare prima per il Bureau of Intelligence and Research (INR), poi per l'ufficio specializzato sull'Europa. Promosso 'senior official' nel 1985, per anni ha avuto accesso a informazioni classificate 'top secret', mentre la moglie ha lavorato in una banca locale di Washington come analista amministrativa.
Nel suo rapporto, il Dipartimento di Giustizia Usa precisa che sia Kendall, sia Gwendalyn Myers avevano nomi in codice: il primo era classificato come 'Agente 202', la seconda ne aveva ben due: agente '123' e agente 'E-634'. Sono stati arrestati con l'accusa di essere "agenti illegali al servizio del governo cubano", al quale hanno fornito informazioni segrete. All'indomani dell'apertura della amministrazione Obama nei confronti di L'Avana, l'annuncio dell'arresto di due spie che in nome e per conto di Fidel Castro operavano addirittura nel cuore del Dipartimento di Stato americano ha lasciato Washington nello sconcerto.
La Cnn ha interrotto le trasmissioni dedicate al viaggio di Obama in Europa per trasmettere immediatamente la 'breaking news'. "Questo caso - ha sottolineato nel suo rapporto il vice direttore dell'Fbi, Joseph Persichini - dimostra con quale attenzione deve essere seguita l'attività di protezione dei segreti del nostro Paesi. I servizi di intelligence intorno al mondo continuano a rubare agli Stati Uniti il maggior numero di informazioni possibile".
A tradire i due agenti segreti, che nel 1995 ebbero modo di incontrarsi personalmente con Fidel Castro andando a Cuba dal Messico, è stato un appostamento di altri agenti segreti che hanno finto di essere agenti cubani. I due sono cascati nella trappola. Ora rischiano fino a 20 anni di carcere.
Bingo.
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Svelato il mistero dell'allontanamento dal governo di Cuba dell'ex ministo degli esteri Felipe Perez Roque e dell'ex vicepresidente Carlos Lage. I due ufficialmente fedelissimi e convinti rivoluzionari sono stati messi in seri guai a causa di un lungo video girato in una villa di campagna a circa 60 Km dall'Habana di pripietà di un amico di infanzia di Lage, tale Conrado Hernández, responsabile dei rapporti commerciali con la Spagna. Come siano andate le cose è poco chiaro al momento, pare che l'intenzione di Hernández era di registrare un video nascondendo una telecamera per mettere a conoscenza del governo Spagnolo il reale pensiero dei pezzi grossi del regime cubano riguardo Fidel Castro e ciò che succederà alla sua morte. Conrado Hernández è stato arrestato il 14 di Febbraio poco prima di partire con la consorte alla volta di Bilbao in Spagna. Stava facendo un'azione di spionaggio per conto della spagna e per un crimine come questo a Cuba significa finire in una cella a tempo indeterminato, non è chiaro come il video sia finito in mano ai servizi segreti cubani che lo hanno girato al comitato centrale del partito comunista di Cuba che lo ha esaminato attentamente. I servizi segreti cubani potrebbero aver intercettato una qualche comunicazione di Conrado Hernández con l'ambasciata Spagnola relativa al video oppure hanno avuto una misteriosa soffiata e hanno scoperto tutto. Si tratterebbe di un video di circa sei ore, anche se la parte interessante pare sia di circa tre ore, video dove i due credendo ovviamente di non essere ascoltati e registrati, come qualsiasi buon cubano dicono peste e corna della dittaura dei fratelli Castro, scherzano sulla malattita di Fidel e sull'incapacità del fratello Raul di governare. In parole povere si sono suicidati politicamente e possono dirsi fortunati se per evitare di cadere nel ridicolo davanti al mondo intero Fidel Castro non li ha fatti appendere per i piedi. Naturalmente siamo tutti dispiaciuti per i due simpatici ministri così silurati da una piccola telecamera. Se però di queste telecamere se ne mettessero anche a casa dei ministri che hanno esaminato il video e giudicato i due probabilmente resterebbe al governo solo Fidel Castro.
15/5/2009
Il presunto dialogo tra Cuba e l’America non è mai esistito
Si è detto molto sulle “aperture” statunitensi verso Cuba, almeno quanto si è taciuto sulle immediate chiusure, da parte della dittatura. L’analisi, nel nostro spicchio d’Europa latina, è tutta giocata su elementi sentimentali ed irrazionali. Si guarda a Fidel con tenerezza, riconoscendo in lui l’attitudine antiamericana ed anticapitalista di una fetta della nostra cultura di sinistra, così come di una porzione di quella di destra. Egli è il “buono”, il rivoluzionario, il resistente. Un altro buono, Obama, è giunto alla presidenza degli Usa, quindi non può che nascerne l’intesa. Fesserie.
E’ vero che l’embargo è durato troppo a lungo, perdendo sempre più d’efficacia. Ed è vero che gli esuli cubani, in gran parte residenti a Miami, sono un blocco elettorale che esercita influenza politica. Questo, però, non fa venir meno la ragionevolezza della politica anticastrista. Cuba è stata, a lungo, un problema reale per la sicurezza statunitense, che a 90 miglia marine aveva un alleato dell’Unione Sovietica. L’embargo nasce con la svolta comunista della rivoluzione, fu varato da Eisenhower e consolidato da un altro “buono”, Kennedy.
Oggi Obama neanche discute l’embargo, nel mentre il segretario di Stato, Clinton, annuncia l’imminente fine del regime. Invece rimuove i limiti all’invio di soldi, destinati ai cittadini cubani, ed ai viaggi dei cubani residenti negli Usa. Cuba risponde imponendo una tassa sul loro sbarco e rapinando chi converte i dollari in valuta locale. Gli americani chiedono la liberazione dei detenuti politici, dei dissidenti chiusi nei lager tropicali, ed il regime risponde che prima devono essere loro a liberare le spie cubane. Il dialogo non c’è, anche se commuove qualche europeo. C’è, invece, una Cuba pronta a scoppiare, con un despota morente ed un fratello carnefice che sente la puzza della fine.
Anche a Berlino il muro era alto e solido. Ma il popolo lo aveva già scavalcato. Oggi, a Cuba, sono le “aperture” ad avviare il cantiere di smontaggio. Tanto più che i dittatori sono pronti a diventare base iraniana e sbarco cinese. Problema, questo, che riguarda anche parte del continente sud americano, dove antistatunitensi sono gli odierni despoti. Non sarà una festa da ballo, ma la fine del familismo dittatoriale sarà un gran guadagno, per i cubani.
Nella politica internazionale si misurano e scontrano gli interessi, pertanto deve essere sempre realista e concreta. Ma nessuna politica estera è possibile se non retta da ideali. Come nessuna politica, in generale. Noi che viviamo in democrazia e libertà, non possiamo che considerare doverosa la battaglia per la libertà altrui. Ovunque si trovi, quale che sia la sua lingua. Dimenticandolo, perderemo noi stessi.
Ho letto il blog di Yoani Sánchez, il suo “generacióny”. Ho letto la pagina che ha premesso alla raccolta dei suoi post (edita da Rizzoli): “Abito un’utopia che non è la mia. (…) La porto sulle spalle senza potermela scrollare di dosso. (…) Alcuni che non la conoscono tentano di convincermi che devo preservarla, ma non sanno quanto sia alienante accollarsi il peso dei sogni altrui e vivere un’illusione estranea. A coloro che mi hanno imposto –senza consultarmi- questa falsa chimera voglio dire, da subito, che non penso di lasciarla in eredità ai miei figli”. Siamo dalla sua parte, e dei figli di Cuba.
14/5/2009
Il mio blog contro i demoni.
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Il computer è nello zaino, compatto, estraibile e salta fuori in dieci secondi senza che nemmeno si senta il rumore della zip. Yoani Sánchez ripete sempre: «Non faccio nulla di male, non sono armata», ma il suo pc è molto più pericoloso di una Colt. Lei lo usa nello stesso avventuroso modo in cui si muoverebbe un pistolero nel Far West. Invece siamo a Cuba, sabbia e sole anche qui e sguardi a destra e a sinistra per essere sicura che nessuno la stia braccando. Sguscia da un bus sgangherato, fermata Parco Natural, giusto davanti alla statua dell’eroe nazionale José Martí, centro dell’Habana vieja e delle operazione di connessione. È la piazza dei grandi alberghi, quelli da dove Yoani entra ed esce a caccia delle sue due ore settimanali di Internet.
Solo due ore e Yoani Sánchez è una blogger, la più famosa del momento, è l’autrice di «Generazione Y», il diario elettronico che ha svegliato L’Avana. Secondo Time sta nella lista delle 100 persone più influenti al mondo ed è appena uscita dal cinque stelle Melia Cohiba senza riuscire a comprare una tessera per entrare in rete: «Non ce le danno più, sono solo per gli stranieri ed è come rivietarci Internet. L’accesso sarebbe tra le presunte innovazioni concesse da Raúl Castro, ma di fatto non esiste un cubano che possa permettersi un collegamento a casa e dall’inizio di maggio noi non possiamo più accedere ai wireless pubblici». E allora lei gira un video pirata del marito Reinaldo, «mi corazon», che chiede spiegazioni alla reception, che viene cacciato senza un perché. La microtelecamera sotto un’ascella, nascosta dalla copia di Granma e l’entusiasmo di piazzare la registrazione sul blog.
Un percorso difficile che prevede la tappa in un’altra hall, hotel Nh, un tavolino defilato con una presa comoda e una password a scalare, un avanzo che implacabile detta il countdown: 40 minuti di tempo, «devono bastare almeno per due sessioni». Lei non legge niente e non scrive niente mentre è online, cerca e scarica a caccia di parole su Cuba, spedisce il materiale, preparato a casa, al provider tedesco che gestisce il blog e registra posta e notizie sulla chiavetta Usb, la sola memoria storica che riconosca. Ingolfata di ideologia fin da bambina, Yoani ha cancellato strati di educazione rivoluzionaria e racconta Cuba come è: «Sporca, nervosa e apatica». È così che spaventa il regime, senza parlare di politica, ed è per questo che non può essere a Torino, alla Fiera del libro, non ha il permesso di viaggiare: «Noi blogger siamo sfuggenti, qui si dice escurridido, scivoloso, ricoperto di sapone. Io posso muovermi virtualmente e sabato sarò a Torino, con la mia voce». Parla e digita, dice di funzionare «in stereo» perché deve sfruttare anche i secondi e non toglie la faccia dalla schermo.
Con che motivazione le hanno negato il visto?
«I cubani sono come bambini piccoli, dicono solo no, non danno i perché e se insisti ti mandano da un superiore che ti rimanda a un altro superiore e all’infinito. Negli ultimi sei mesi mi hanno negato il permesso di espatriare tre volte: è un castigo, la loro risposta al blog».
Non ha paura?
«Se avessi saputo di fare tutto questo rumore non sarei mai partita, ma ci sono dentro e non mi spavento. Uso la trasparenza come scudo, non faccio nulla di illegale, sono qui in un posto pubblico, a scrivere. È difficile accusarmi».
Perché ha iniziato?
«È stata una terapia dopo trent’anni di silenzio, un esorcismo contro i demoni. Appena li ho messi sullo schermo sono scomparsi. Ho buttato fuori la frustrazione, la mia e di tutti i trentenni cubani, gente a cui è stato promesso molto, gente che non può realizzare i sogni, riunirsi in associazioni, nemmeno un gruppo ecologico».
Il suo blog a Cuba è censurato, come fa a influenzare una generazione se è vietato leggerla?
«I cubani sono creativi, siamo allenati a trovare percorsi paralleli, ce lo ha insegnato l’embargo. Qui leggono il mio blog sulla chiavetta: io la passo a una cinquantina di persone che la copiano e la passano ad altri cinquanta, è un tam tam ed evidentemente funziona visto che il mio nome è così popolare».
Quindi qualcosa sta cambiando?
«Spingiamo perché succeda. La carenza di materiale è tanta, qui, che è difficile tenere i miei coetanei a bada. Siamo imprigionati, ma io aspetto la soluzione biologica. La generazione al potere sta morendo. Spero che non ci sia un passaggio violento, solo una successione che ci spinga verso il futuro».
Fidel è uscito dal suo ritiro per accusarla. Che effetto fa?
«È una consacrazione: una ragazza di 32 anni ha spinto il Líder máximo allo scoperto. Curioso, qui c’è chi sogna per una vita di incontrarlo e io che volevo solo stargli alla larga ho avuto la mia porzione di comandante. È davvero ovunque».
Che cosa dicono i suoi genitori del blog?
«Tacciono. Come tutti quelli dai cinquant’anni in su. Hanno speso gran parte della vita nel silenzio civico e non possono ammettere che è un bluff. Io a 17 anni sono uscita di casa e mi sono emancipata in un solo colpo dalla famiglia e dallo Stato. L’unico modo per evolversi e non essere dipendenti, a Cuba in tanti vanno ad applaudire in strada il primo maggio solo perché la dittatura concede privilegi a chi manifesta consenso».
E suo figlio che ne pensa?
«Ha 13 anni, lo annoia tutto e per lui i blog sono già roba vecchia. È un bravo studente e ha diritto a disinteressarsi di quel che fa sua madre».
Non ha paura che possa incontrare difficoltà a causa di «Generazione Y»?
«Spero nel tempo. Se dovesse iniziare l’università domani so che non lo lascerebbero entrare, ci vuole l’attestato di bravo militante. Io sono radioattiva, ho dovuto anche smettere di lavorare come insegnante, mio marito è giornalista ma è stato licenziato da Juventud Rebelde e oggi aggiusta ascensori. Quando è iniziata la glasnost in Russia pensava arrivasse anche qui e si è messo a scrivere articoli sulla trasformazione della società. Siamo dei romantici».
Che devono fare i cubani?
«Stavolta niente di rivoluzionario, devono occupare degli spazi. Non avere sempre paura, esistono dei diritti perfino nella nostra costituzione, usiamoli».

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